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La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone – La recensione

La tentazione di essere felici
Lorenzo Marone
Longanesi, collana  La Gaja scienza
pp. 272
2015

Cesare Annunziata, settantasette anni sul groppone e moltissimi difetti. È lui il protagonista del romanzo La tentazione di essere felici. Non servono molti giri di parole per capire di che personaggio si tratta: burbero al punto giusto, intollerante verso il resto del mondo, nei cui confronti non pare avere alcun ripensamento. D’altronde, neanche coi suoi figli pare abbia sviluppato negli anni consolidati rapporti di stima ed affetto, quanto piuttosto di rancore o addirittura indifferenza.
Ormai vedovo, Cesare vive da solo nell’appartamento condiviso con la defunta moglie. Di fronte a lui, sullo stesso pianerottolo, la gattara (non c’è il rischio che ci si fraintenda, a riguardo: il nostro immaginario è comune), ficcanaso al punto giusto. Ed è proprio su quello stesso pianerottolo che si svilupperà una trama poco scontata.

Cesare, pur connotato da una serie di problematiche caratteriali, non può che destare la simpatia dei lettori, me compresa, che addirittura leggendo ho rinvenuto in me stessa intolleranze varie nei confronti del genere umano che a ventisette anni di età non dovrei avere.

Un incontro si rivela fondamentale, e per gli sviluppi della trama del libro e per il suo stesso personaggio. Emma, giovane vicina di Cesare, apparentemente introversa, incuriosisce Cesare e non soltanto per il suo invitante aspetto di donna. L’evoluzione del loro rapporto sarà solo l’appiglio per una crescita interiore non indifferente.

La tentazione di essere felici è un libro che mi ha sorpreso, considerando che mi ci sono tuffata senza sapere nulla, se non che aveva obiettivamente riscosso un notevole consenso nel web. Mi ha colpito, strappandomi una lacrima davanti a scene che l’autore ha raccontato senza disperazione ma con grande sentimento; ho riso, parecchio, perché ciascun personaggio proiettava al di fuori delle pagine un’immagine di sé divertente e goffa (gli sketch tra Cesare e il signor Marino sono delle pillole esilaranti che non potranno non farvi sorridere).
E il signor Cesare, nella sua veste arcigna, ha regalato momenti bellissimi, dall’inizio alla fine – e proprio sul finale, troverete pagine… di quelle che vanno sottolineate e ricordate.

Voto: 4/5

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#Giveaway Thebookworm Christmas edition!

Buonasera lettori!
Vi chiedevate se avessi in serbo qualcosa per voi? Ebbene sì, ho pensato ad un giveaway natalizio (la grafica dovrebbe aiutare) mettendo in palio una copia di Delfini, romanzo di Banana Yoshimoto. delfini
Si tratta di una lettura a cui associo un’empatia speciale, che mi ha fatto conoscere un’autrice a cui sono ormai da anni affezionata.

La storia di Kimiko, il suo incontro con Goro. La convinzione che non potrà proseguire.
Un viaggio, un allontanamento da Tokio, l’incontro con Mami. E la scoperta di essere incinta.
Il libro è molto più di questo, è un viaggio alla scoperta dell’emotività.

PER PARTECIPARE:
– Iscriversi come lettori fissi al blog
– Seguirmi su facebook con un like alla pagina Thebookworm
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Il giveaway durerà sino al 31 dicembre 2016.
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Dalle rovine, di Luciano Funetta – Le recensioni

Dalle rovine
Luciano Funetta
Tunuè, collana Narrativa
2015
pp. 184

Sin dalle prime pagine di Dalle rovine conosciamo Rivera, uomo sicuramente atipico, fosse solo per la sua collezione di serpenti che custodisce gelosamente in una delle stanze del suo appartamento. Il collezionismo, di per sé, non rappresenterebbe una stranezza caratteriale; ma una descrizione più approfondita della vita domestica del protagonista rivela un particolare a dir poco sconvolgente, che riguarda il rapporto che costui ha coi suoi serpenti: un rapporto sessuale.

Entrati a conoscenza della segretezza della sua vita, piombiamo dall’inizio in un’atmosfera che definire surreale sarebbe un eufemismo. Rivera ha filmato uno dei suoi rapporti con le bestie, e l’ha consegnato al gestore di un cinema pornografico che continua ad avere un posto sul mercato. L’ingresso di un documento di quel tipo all’interno del mondo della pornografia catapulta Rivera sotto le luci dei riflettori, scatenando una curiosità talvolta macabra nei confronti della sua persona. Tra tutti coloro che restano colpiti da quanto hanno visto, un uomo in particolare entra in contatto con lui, rappresentando quel momento chiave all’interno della trama dopo cui non si può più tornare indietro. Si tratta di Alexandre Tapia, uomo enigmatico che pare custodisca segreti che non possono essere rivelati ma che potrebbero cambiare la vita di chiunque ne venga  a conoscenza.

Davanti ad una trama dai contorni poco nitidi, in cui è difficile scindere la realtà dal sogno – o meglio, dall’incubo, dall’allucinazione – Luciano Funetta si cala all’interno di un’opera che definirei originale, ma offenderei l’autore e il libro stesso, perché si pone ad un livello superiore all’originalità. In un mondo spiritato si muovono figure macabre, schiave di demoni interiori, che oscillano tra la pazzia e uno stato di illuminazione mentale incomprensibile per la gente comune. In un contesto come questo, perdersi è quasi d’obbligo, con risultati che fanno paura. 
Dalle rovine e tutto questo, ma anche molto altro. Immagino che per la sua “inconsistenza” possa essere interpretato da ciascun lettore in un modo diverso. Per quel che riguarda me, ha sortito un effetto allucinatorio, quasi: anch’io, mentre leggevo, ero per le strade di Barcellona a parlare di storie che non sono mai accadute, anch’io all’interno di quella casa, inghiottita dalle tenebre, anch’io confusa.

Suggeritissimo.

Voto: 4/5

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La sposa giovane, di Alessandro Baricco – Le recensioni

La Sposa giovane
Alessandro Baricco
Feltrinelli editore, collana Universale economica
2016
pp. 183

Un giorno, apparentemente lontano rispetto a noi, una donna bussa alla porta di un’elegante residenza fuori città: è la Sposa giovane, arrivata a riscuotere la promessa che anni prima le era stata fatta, sposare il Figlio. Il Padre, la Madre, e tutti gli altri componenti di una famiglia di sicuro diversa dal normale, non possono che accoglierla tra quelle mura che custodiscono un non so che di raro, anche esotico, qualcosa di unico.

A partire da questo ingresso nella scena, Alessandro Baricco ci introduce all’interno di una storia che non ha storia né tempo, come se fosse impalpabile. Come impalpabili sono i personaggi che la abitano. Ciascuno di loro è schiavo di un credo profondo, che li ha guidati nelle loro esistenze fuori dal comune. La stranezza che li contraddistingue è fatta di un’eccitazione diurna e di un terrore notturno: i loro umori si alternano così come il sole si sposta in cielo in un ritmo che pare scandito all’unisono, per tutti, nell’attesa del Figlio, del quale non si hanno però più tracce. La Sposa giovane si adegua così a quegli stessi ritmi incessanti di attesa, che si traducono in un meccanismo che scava ed erode dentro se stessa alla scoperta di un’intimità che non conosceva affatto.

Se il libro rispettasse questa trama senza storpiature, potrei concludere la mia recensione con un giudizio positivo. Ci sono ingredienti buoni a sufficienza perché non ci si sprechi per ulteriori spiegazioni. Ma evidentemente non è così. Baricco ha osato, ha scelto di spingersi più avanti rispetto a quanto aveva fatto in pubblicazioni precedenti. Innanzitutto lo stile, che ho trovato ampolloso e artificiale: pur riconoscendogli l’intento di rendere fuori da ogni schema la narrazione, ha esagerato, creando una prosa del tutto innaturale, che non si può giustificare neanche in virtù dei contenuti che veicola. In secondo luogo, il punto di vista dell’intero La Sposa giovane è fasullo, cambia di continuo confondendo il lettore, che non soltanto è così costretto ad accettare le continue intrusioni dello scrittore nella storia – intrusioni che non hanno alcun senso logico -, ma deve anche capire lo sdoppiamento narrativo della protagonista, le cui parole sono presentate talvolta in prima talvolta in terza persona.

Il mio ritorno a Baricco ha deluso, purtroppo.

Voto: 1/5

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Gilmore girls – Il ritorno

Le abbiamo attese, abbiamo desiderato che tornassero a raccontarci le loro storie. Fremevamo dalla voglia di scoprire se quel matrimonio ci sarebbe stato, se finalmente Lorelai avrebbe potuto pronunciare quel Sì. E Rory, le sue ambizioni, i suoi amori: dove l’avrebbero portata?

PER DIECI ANNI.

Gilmore Girls è tornato con una stagione breve, ma intensa. A year in the life, quattro episodi per ciascuna stagione, dall’inverno all’autunno, per chiudere un ciclo che aveva lasciato troppo spazio all’immaginazione.

Ma veniamo al dunque. Ci eravamo lasciate con una separazione fra mamma e figlia: una ricongiunta con Luke, l’altra in partenza per il suo primo lavoro da giornalista dopo Yale. Le ritroviamo cresciute, ma sostanzialmente le stesse, prese dalla loro vita fatta di decisioni e dubbi, caffè, chiacchiere, e una sintonia mai andata perduta. 

La mancanza di nonno Richard è stata sicuramente una grande presenza in questa stagione di Gilmore Girls, non avrebbe potuto essere altrimenti. La sua casa, la sua scrivania, la sua sicurezza non potevano cambiare le cose, specie per Emily, personaggio sul quale gli autori si sono divertiti meravigliosamente. L’evoluzione più bella che potessero inventarsi. Dopo cinquant’anni trascorsi a fianco dello stesso uomo, non si può continuare con quella stessa vita, ed Emily Gilmore infatti non lo fa, rivoluziona se stessa, si mette alla prova, ridisegna il suo futuro altrove, davanti a quella vista immensa che è il mare visto da un faro. Rompe gli schemi, al diavolo le Figlie della Rivoluzione, al diavolo quei perbenismi ipocriti. La vita vera è un’altra cosa, e lei finalmente l’ha capito.

Stars Hollow è sempre avvolta da quella magia, particolare per ogni stagione dell’anno. La neve, i fiori, la piscina, le zucche. I personaggi che la popolano hanno perso poco della loro eccentricità, portano solo i segni del tempo, com’è giusto che sia.

E infine loro: Lorelai e Rory. Perfette in una veste che non invecchia mai. Lorelai, ancora una volta spaventata di fare la scelta sbagliata, di rovinare tutto, ma consapevole di desiderare intimamente solo lui, Luke, il compagno tenace che ti resta a fianco comunque, qualsiasi cosa tu faccia. Il loro matrimonio non poteva mancare, né seguire gli schemi tradizionali. Non si sarebbero goduti la festa, d’altronde. Quella cerimonia così intima eppure così speciale è stato il coronamento dei sogni (ammettetelo!) di tutte noi, che per anni li abbiamo guardati e amati. 

Su Rory spenderò due parole in più, perché l’ho trovata cambiata, maturata. Il finale shock in cui rivela di aspettare in figlio è solo la ciliegina sulla sua torta. È diventata una che osa, che non fa più liste dei pro e dei contro, in parole povere: una che vive. Le sue vicende hanno compiuto il giro completo del cerchio. Logan, il suo Christopher, colui dal quale con molta probabilità aspetta un figlio ma con cui non può stare. E Jess, nella sua silenziosa presenza, io credo sia il suo Luke, colui che non può smettere di amarla. Nonostante non ci sia la parola fine, una conclusione c’è. È la chiusura di quel cerchio di cui parlavo all’inizio. 

Gilmore Girls è il mondo in cui sono cresciuta, rappresenta uno stile di vita. Ed è finito troppo presto.

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Il caso Maurizius, di Jacob Wassermann

Il caso Maurizius
Jacob Wassermann
Fazi editore, collana Le strade
pp. 511
18,50 €

Il libro di cui vi parlo oggi risale agli anni Venti, quando fu pubblicato in Europa. Riproposto da Fazi editore nella traduzione di Sgueglia, Il caso Maurizius racconta la storia di Etzel Andergast, giovane sedicenne vissuto nella claustrofobica casa paterna, sotto le leggi di un padre molto severo – per indole e per la sua posizione di procuratore generale. Cresciuto lontano da sua madre, della quale in verità non sa nulla, Etzel si imbatte in una storia in cui viene catapultato inizialmente aldilà del suo volere: un caso, risalente a diciannove anni prima, in cui un uomo, tale Maurizius, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di sua moglie Elli. Fu proprio suo padre, il signor Andergast, a dimostrare la colpevolezza dell’uomo.
Adesso una storia apparentemente passata incombe sul presente con tutte le sue conseguenze. Qualcosa convince Etzel dell’errore commesso da suo padre e da tutti coloro i quali lottarono perché Maurizius venisse imprigionato, e decide che non può far altro che mettere tutta la sua anima a servizio della ricerca della verità, della giustizia. Scappa quindi di casa, abbandonando quel freddo tetto familiare, e abbandonando suo padre, il quale intraprende a sua volta un percorso parallelo e pieno di insidie anch’esso.

La storia raccontata da Wassermann è una storia estremamente complessa, in cui il passato invade spazio e tempo presente deformandoli, stravolgendone ogni certezza. Quando si intraprendono percorsi di ricerca, si finisce inevitabilmente con il perdere se stessi, perché gli obiettivi sono talvolta lontani, appaiono irraggiungibili. E in questa ricerca si incontrano fantasmi, ma non di persone, bensì dei principi in cui si era creduto, dei sentimenti a cui un tempo si era data corda. Etzel si imbatte in una storia parallela, pericolosa, in cui rischia di compromettere se stesso; la sua ostinazione nella ricerca di una giustizia per quell’uomo che crede innocente si trasforma in una sofferenza personale, perché realizza amaramente quanto il mondo non sia un posto confortevole, ma piuttosto spietato. Dall’altra parte, suo padre è costretto a smuovere i meccanismi che da sempre hanno regolato la sua vita, deve confrontarsi con le conseguenze di decisioni sulle quali probabilmente non ha riflettuto abbastanza: i suoi colloqui con il carcerato diventano il teatro di maschere inquietanti.
Wassermann ci parla di disperazione, di colpa espiata e da espiare, dell’orrore umano, di vendetta e di passioni vane, e lo fa in una meravigliosa prosa che non ha nulla di artificiale, ma pullula di vita.

La lettura di questo libro mi ha scosso profondamente, quindi non posso far altro che sperare di convincervi a leggerlo a vostra volta.

Voto: 5/5

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L’armonia segreta di Geraldine Brooks – Tappa 8, La recensione

L’occasione di oggi è davvero ghiotta. L’essermi trovata nel posto giusto al momento giusto mi ha permesso di presentarvi ufficialmente la TAPPA 8 del blogtour alla scoperta de L’armonia segreta, romanzo scritto da Geraldine Brooks e pubblicato da Neri Pozza.

Qui sotto trovate tutte le tappe del blogtour:
1. Un libro per amico – Presentazione e incipit – 10 ottobre 2016
2. Desperate bookswife – Intervista a Geraldine Brooks – 11 ottobre 2016
3. Last century girl – I personaggi – 12 ottobre 2016
4. Un profondo oceano di libri – Le mogli di David – 13 ottobre 2016
5. Every book has its story – David nell’arte I – 14 ottobre 2016
6. MemoriaRem – David nell’arte II – 17 ottobre 2016
7. Books in Kensington Garden – Gli estratti – 18 ottobre 2016
8. The bookworm – La recensione – 19 ottobre 2016
9. La casa del gioco perduto – Estrazione vincitore – 21 ottobre 2016

Ogni blog affronterà un tema legato al libro, all’autrice o al personaggio di David. Alla fine dell’iniziativa ognuno di voi potrà ricevere una copia cartacea autografata del libro, messa gentilmente a disposizione da Neri Pozza.

Regole per partecipare:
● Unirsi ai lettori fissi di tutti i blog che partecipano all’iniziativa;
● Cliccare mi piace alla pagina della casa editrice Neri Pozza;
● Commentare tutte le tappe del blogtour lasciando almeno in una tappa la propria mail

Il vincitore sarà estratto tramite il sito random.org tra tutti quelli che avranno seguito correttamente le regole.

Ma eccoci alla recensione.

Il X secolo, i suoi tempi spietati, un evento da cui tutto ebbe inizio. Geraldine Brooks sceglie una storia dalla quale dipanare le vicende decennali di una figura leggendaria, complessa, contraddittoria come quella di David.
Quando nel suo villaggio lungo le rive del Mar Rosso il piccolo Natan si trova dinanzi un uomo dall’aspetto spaventoso, capace di compiere gesta spietate, qualcosa accade. Una voce, un moto interiore eppure per lui incontrollabile, e da quel momento  il suo destino sarà segnato. Nonostante gli accadimenti di quel giorno e il sangue del suo sangue versato davanti ai suoi occhi, Natan si unisce a David in un percorso di scoperta che durerà per tutta la vita.

Geraldine Brooks racconta la vita di un uomo, che è poi la vita di un popolo e di generazioni e generazioni, su cui si è scritto e parlato molto nel corso dei tempi, ma ricorre ad un escamotage attraente: il potere della parola e del racconto. Soltanto nell’intento di raccontare una storia è possibile lasciare una traccia che resti indelebile nel tempo. Soltanto affidando al racconto delle gesta di David, Natan potrà liberarsi del suo legame per affidarlo ai posteri.

La sua vita a fianco di David ha attraversato fasi alterne e sempre pericolose. A partire da Emeq Elah, dove David ha messo in fuga i Filistei con l’uccisione del gigante Golyat grazie a un colpo di fionda, quel guerriero che aveva servito con dedizione il re Shaul si trova a fronteggiare le prime gelosie, che cambieranno il suo destino. Il figlio di Yhay di Bet Lehem, dopo un percorso di brigantaggio ed efferatezze, sarà incoronato re di Yehudah.

La complessità del suo personaggio è resa magistralmente dall’autrice, che si serve dei sentimenti più primitivi per spiegare scelte talvolta discutibili, ma pur sempre prese da un re che ha creato un solo popolo tra le tribù del Nome.
La sua potenza, che è prestanza fisica ma anche morale, si piega ai dettami della politica, che lo portano di continuo a trascurare l’aspetto emotivo per tutelare il proprio regno. I suoi errori diventano dei marchi visibili, con i quali David è costretto quotidianamente a confrontarsi e che gli ricordano la sua natura miseramente umana.
Eppure ci sono momenti, quando si affida alla musica e alla sua voce, in cui sembra sia possibile un ricongiungimento con la parte migliore di se stesso, in cui sembra possibile raggiungere quell’armonia segreta, appunto. Il suo rapporto controverso con le mogli, personaggi di caratura eccezionale pur essendo secondari nella trama, e con i suoi uomini, lo rendono uno dei personaggi letterari meglio riusciti in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni.

Geraldine Brooks ha regalato ai lettori un libro non solo avvincente, ma vero.

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Gli anni della leggerezza di Elizabeth Jane Howard – Le recensioni

Gli anni della leggerezza
Saga dei Cazalet
Elizabeth Jane Howard
Fazi editore, collana Le strade
2015

Siamo nel 1937, è estate e l’intera famiglia Cazalet sta per riunirsi in occasione delle vacanze nella tenuta di campagna.
Elizabeth Jane Howard ci presenta così, en passant, una numerosissima famiglia, quattro figli e le loro rispettive parentele. Padri, madri, figli, nipoti, in una trama che, seppur intricata, ci viene proposta con una naturalezza mai fuori posto.
Iniziare a conoscere tutti i componenti della famiglia è certamente una bella impresa, le loro vicissitudini si intrecciano e spesso finiscono col sovrapporsi, ma sin da subito si intravede una linea guida, non è complicato confrontarsi con personalità diversissime e, proprio per questo motivo, riconoscibili dalle prime pagine. Sarebbe impossibile, infatti, non scorgere i tratti distintivi di ognuno di loro.
Rachel non è sposata, è una donna generosa, votata agli altri, ai suoi genitori soprattutto, e in generale a chi di volta in volta ha bisogno del suo aiuto; spesso rinuncia a se stessa, ai propri sogni – che restano rinchiusi in un cassetto – pur di non venir meno al suo dovere di figlia e di donna in generale. Hugh, primogenito tra i Cazalet, dotato di una tempra morale notevole. Il suo passato nella guerra continua ad avere degli strascichi nella sua vita, ma resta un marito attento ed un padre amorevole. Edward Cazalet, il secondogenito, sicuramente una delle figure meno simpatiche descritte dalla Howard: un uomo sicuro di sè, non integerrimo, che sbaglia sapendo di sbagliare e probabilmente non curandosene più di tanto. Ed infine Rupert, il terzo figlio: su di lui credo che siano state spese le parole migliori, quelle più emozionanti, di sicuro ciò che ho preferito in tutto il romanzo.

Mentre la prendeva tra le braccia e la tirava a sé nel letto, scoprì con uno stupore misto a tristezza e gratitudine che il suo amore per lei non dipendeva, come sovente aveva temuto, dalla sua ammirazione nei suoi confronti. Più tardi, mentre la guardava dormire, pensò: io l’ho sposata, e lei mi ha sempre dato tutta se stessa. Sono stato io a inventarmi una parte di lei, qualcosa che esisteva ma che lei non mi mostrava. Invece mi sbagliavo: non c’è nessun lato nascosto. La scoperta lo lasciò stupefatto e addolorato; poi cominciò a pensare che, se lui l’avesse amata abbastanza, lei sarebbe cambiata. Non era ancora in grado o non era ancora disposto a dire a se stesso che ciò era altamente improbabile se non impossibile; si aggrappò piuttosto alla più conciliante idea che, se era discutibile che una persona potesse cambiare grazie all’amore, di sicuro nessuno cambiava senza di esso.

Gli anni della leggerezza, quindi; quelli che precedono una crisi, quando ancora le proprie vicissitudini quotidiane vengono vissute per quel che sono, senza pensare più di tanto al futuro, o meglio, pensandoci svogliatamente, come a qualcosa di inevitabile che però non è ancora arrivato. Ma arriverà.
La leggerezza è quella di una prosa armoniosa, mai pedante, di una scrittrice che regala un romanzo familiare a regola d’arte. Pur non essendo un’appassionata del genere, mi è stato impossibile non addentrarmi nelle storie dei protagonisti, dietro le cui vicende si celano delle questioni universali, che in tempi e modi diversi coinvolgono tutti gli esseri umani.

Sono certa che i prossimi libri, che d’altronde già mi aspettano sullo scaffale, non saranno da meno.

Voto: 4/4

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La scuola cattolica, di Edoardo Albinati – Le recensioni

La scuola cattolica
Edoardo Albinati
Rizzoli
1294 pagine
2016

Questa storia ne comprende altre. È inevitabile. Si ramifica o è già ramificata al momento in cui si apre. Si sovrappone come succede alla vita delle persone. Non si può dire dove comincino e dove finiscano, queste vite e queste persone, visto che si tratta pur sempre di relazioni, di triangoli, nodi, trasmissioni, incroci, e l’inizio non è mai l’inizio perché c’era sempre qualcosa prima di quell’inizio, come ci sarà qualcosa dopo la sua fine. Quindi in questo libro la storia principale quasi non si vede: le è cresciuta intorno la foresta dei dove, dei quando, dei come se, degli intanto, e i suoi protagonisti sono diventati non più i ragazzi al centro della triste vicenda, ma molti altri ragazzi non meno protagonisti, e le loro madri, le loro sorelle, i loro professori di scuola, i chitarristi e i batteristi che ascoltavano e i produttori delle moto che cavalcavano e gli architetti che progettarono le case in cui questi ragazzi abitavano e gli autori dei libri che li spinsero ad allearsi, ad accoppiarsi e ad ammazzarsi tra loro, o a isolarsi per cercare la verità, o a isolarsi per fuggirla. Edoardo Albinati, classe 1956, si appresta a raccontare le vicende che hanno coinvolto la sua esistenza e quella di una miriade di persone in cui lui si è imbattuto nel corso della propria vita all’interno del mastodontico libro La scuola cattolica, premio Strega 2016.

SLM.
QT.
DdC.

Queste le tre sigle che quasi ossessivamente rappresentano dei poli attorno a cui ruota una vicenda dai contorni oscuri, sicuramente irrisolti, che egli tenta di raccontare.

Il San Leone Magno, innanzitutto, ciò da cui tutto è partito. Un istituto a carattere religioso in cui confluivano i ragazzi di Roma degli anni di cui stiamo parlando (gli anni Settanta, in principio, sebbene le conseguenze di quelle vicende si riversino nel presente come un moto perpetuo). Un istituto che, proprio perché cattolico, proprio perché gestito da figure ecclesiastiche (non tutte, ma in maggioranza), innesta (o almeno dovrebbe) nei giovani rampolli romani il credo cristiano. Chi approda a questa scuola è inquadrabile già all’interno di una categoria sociale e culturale ben connotata: si tratta di famiglie benestanti, dai tratti spiccatamente borghesi, con professioni caratterizzanti i padri, e abitudini (malsane, questo è chiaro) che inquadrano le madri.
Lo sfondo è il quartiere Trieste, che Albinati descrive in maniera impeccabile, poiché non si può peccare quando si racconta delle vie percorse per anni, dei vicoli e degli incroci in cui si è cresciuti. Il quartiere è la metonimia della società che in questo libro viene denudata nei suoi aspetti più infimi, è rappresentativo non soltanto di un atteggiamento politico ma anche di una predisposizione d’animo che ebbe il culmine – da un punto di vista più che personale dell’autore – nel 1975.
È questo l’anno del DdC, evento chiave da cui tutto è partito o in cui ogni cosa è finita.

A partire da questi tre nuclei di vita e di significato, l’autore sviscera l’animo umano in tutte le sue perfide tendenze, scavando in se stesso e rivelando il proprio lato oscuro, che è poi – solo in parte – il lato oscuro della sua generazione, di quelli che insieme a lui hanno frequentato il SLM, e lì hanno imparato a stare al mondo (anche quando quello stare al mondo vuol dire diventare degli esseri ignobili).
I gesti efferati di cui l’autore, pur attardandosi molto, racconterà al lettore sono solo lo spunto per delle considerazioni di una profondità che definirei spaventosamente attuale.
L’educazione di un ragazzo, l’incapacità di creare un modello valido. La crescita e l’approccio nei confronti del sesso. La scoperta della violenza, di quanto si possa trarre godimento dall’infliggere violenza. L’eccitazione. L’inferiorità nei confronti dei propri simili, che si trasforma in rivalsa (mai positiva, ma mortale). A questi e molti altri argomenti verranno dedicate pagine e pagine che possono essere giudicate ostiche (lo sono), ma sono lo specchio di fatti e notizie di cui sono pieni i giornali tuttora.

La scuola cattolica è il resoconto spietato di una società malata, della pochezza dell’essere umano, della totale mancanza di strumenti che siano in grado di indirizzare qualcuno non dico nella direzione giusta ma all’interno dei confini di una strada. In questo libro non c’è spazio per la redenzione, o per il perdono, perché non basterebbe una vita intera per scontare i peccati di cui tutti ci siamo macchiati.

Voto: 4/5

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Eccomi, di Jonathan Safran Foer – Le recensioni

Jonathan Safran Foer
Eccomi
Guanda editore
2016

Dopo anni da Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer torna in libreria con Eccomi, un’opera decisamente grande – per la vastità degli argomenti trattati, per la mole di pagine (672) – ed emblema di un mondo di cui l’autore fa parte in piena regola.
Una famiglia: Jacob, Julia, Sam, Max e Benjy. Una famiglia ebraica, cresciuta in America, circondata da un livello più che accettabile di agi e sicurezze, ma non solo. Tra le proprie mura cova segreti, errori, mancanze.
Ci si imbatte in tutti loro in corrispondenza di un evento (mancato?): il Bar Mitzvah del maggiore dei figli. Il ritrovamento di un foglio sul quale sono state scritte parole offensive e volgari è il punto zero che rappresenta il momento da cui tutto viene messo in discussione. D’ora in poi i personaggi intraprenderanno un percorso tutt’altro che semplice.
Tolstoj una volta ha detto: «Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Questa frase è esplicativa di questa storia.

«L’intimità estrema delle dita tra i capelli, l’amore che non era segreto ma andava sussurrato, mandava brividi attraverso i filamenti delle lampadine regolate al minimo.»

Jacob e Julia, un amore che Foer è in grado di descrivere a partire dai dettagli più intimi, dalle cose più piccole che hanno caratterizzato un matrimonio che va avanti da anni.
La loro storia però, al momento della narrazione, arranca, ad ogni passo si sentono cigolii sulla strada che calpestano.
Un uomo, Jacob, incapace di godersi tutto quel che ha – ed ha molto, innegabilmente – e, proprio alla luce di questa sua cecità, fa danni, compromette la sua vita.
Una donna, Julia, che ha raccolto tra le proprie braccia responsabilità su responsabilità, e a quarant’anni ne sente tutto il peso.
Le difficoltà di ognuno dei due diventano ostacoli insormontabili in cui inciampano continuamente.
E le scelte che i due affronteranno, perché subite o pensate, ricadranno sui figli, che lottano a loro modo con quell’innocenza che solo i più piccoli sono capaci di conservare crescendo.

Ma Eccomi non è soltanto la cronaca perfettamente ritratta di una vita coniugale che incespica. Proprio come lo stesso Foer ha dichiarato dopo la pubblicazione del romanzo, Eccomi è tutto, rappresenta un enorme enciclopedia del mondo: ritrae una classe sociale benestante, quella media, di cui lo scrittore fa esso stesso parte; ritrae un mondo ormai votato alla tecnologia, con tutte le sue controindicazioni; ritrae un contesto socio-culturale complesso, multiforme, in cui l’appartenenza ad un luogo o ad un’etnia o ad una religione, si suppone che garantisca almeno la metà della propria identità.
E quando quest’identità diventa scomoda, non si adatta più alla conformazione dei propri lineamenti, comincia lo straniamento dal cosiddetto contesto.
Il contesto, che assume i tratti di un mostro gigantesco col quale Foer tenta di confrontarsi senza giungere ai risultati sperati. La materia abbonda, sovrabbonda probabilmente, e lo scrittore si districa talvolta a fatica in pagine che sono difficili da digerire.

Indubbiamente il suo ritorno in libreria non ha deluso le aspettative che i fan più accaniti attendevano da anni.
Quindi, bentornato Jonathan!

Voto: 3/5