Pomodori verdi fritti, di Fannie Flag – La recensione

Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop
Fannie Flag
Rizzoli, BUR Biblioteca Universale
Edizione 2000

Pomodori verdi fritti, così buoni si mangiano soltanto al Caffè di Whistle Stop. È Ninny Threatgood a raccontarlo, così come ci racconterà la storia di quel piccolo paese dell’Alabama, che una volta faceva da scalo ferroviario.

Siamo nel 1986, nella casa di cura di Rose Terrace, dove la signora Threatgood è ricoverata assieme alla sua amica, la signora Otis, per farle compagnia finché non si adatterà al nuovo domicilio. Una delle tante domeniche preposte alle visite dei familiari, Evelyn sta accompagnando suo marito Ed a trovare sua madre, ricoverata anch’essa a Rose Terrace, e si imbatte accidentalmente in una delle chiacchiere che la signora Threatgood sta facendo in memoria dei tempi andati. Inizierà tra le due un viaggio alla scoperta di Whistle Stop, dove è cresciuta all’interno di casa Threatgood, a fianco di personaggi indimenticabili.

Pomodori verdi fritti è il racconto di una cittadina d’altri tempi, tempi in cui le differenze razziali pesavano come macigni ma che lasciavano sperare in sprazzi di luce grazie a quel caffè, punto di incontro di disperati e attempati; e grazie a persone speciali come Idgie Threatgood, “l’incantatrice di api” che tutti amarono. Ninny ci accompagna alla scoperta di una famiglia generosa, che affronta il lutto con coraggio, e di Idgie, acerba e spregiudicata ragazzina incapace di sottostare alle regole: la vediamo crescere, di capitolo in capitolo, la vediamo affrontare situazioni in cui spesso si infila con tutte le scarpe, e la vediamo innamorarsi. L’arrivo di Ruth a Whistle Stop sconvolge la sua esistenza in tutti i modi possibili. La sua bellezza è incantevole ma riservata, e Idgie ne sarà stregata sin da subito.

Quel che leggiamo è la storia di come Idgie e Ruth hanno superato le avversità, a modo loro. Ma sarebbe riduttivo se considerassimo Pomodori verdi fritti un romanzo d’amore: è un romanzo che racconta le avversità, che racconta il modo di cavarsela quando non c’è cibo sulle proprie tavole o quando un incidente ti porta via un braccio. È un inno alla vita, che sarebbe inutile senza autoironia.

La particolarità del libro di Fannie Flag sta non soltanto nella struttura del testo, che ci permette di passare dal 1986 agli anni ’30 senza sforzo, ma anche nella molteplicità dei punti di vista: i bollettini di Dot Weems e le sue esilaranti disavventure con suo marito strappano un sorriso (chi non ha mai conosciuto una signora così nel proprio paesello di provincia?).

Evelyn merita una menzione a parte, per la delicatezza di un personaggio che ho trovato estremamente onesto, e tenero come pochi. Da signora grassottella cresciuta a suon di privazioni per la paura di essere giudicata, affronta un percorso di maturazione che auspicherei per me stessa. Le parole della signora Threatgood diventano il suo pane quotidiano, lo stimolo a migliorarsi e a scacciare quegli inutili fantasmi dal proprio armadio. I loro momenti di condivisione – di cibo, di storie, di consigli – mi hanno commosso.

Pomodori verdi fritti vuol dire tante cose, una fra queste che:

«C’è qualcos’altro che devi sempre ricordare. Ci sono persone magnifiche su questa terra, che se ne vanno in giro travestite da normali esseri umani. Non scordarlo mai, Stump, hai capito?»

Voto: 5/5

Numero Undici, di Jonathan Coe – La recensione

Numero undici
Jonathan Coe
Feltrinelli editore, collana I Narratori
pp. 374
2016

Jonathan Coe è tornato in libreria lo scorso anno con il suo ultimo romanzo: Numero undici, undicesimo romanzo dell’autore inglese. Dopo alcuni anni di silenzio, torna a raccontare l’Inghilterra con il suo stile oramai – ai miei occhi – riconoscibilissimo, in un mix come sempre perfetto di pubblico e privato.

Ognuna delle storie che Coe sceglie di raccontare è accomunata, innanzitutto, da un simbolismo continuo ma velato, un numero che di volta in volta vediamo ricomparire nei contesti più disparati. In questo romanzo, il punto di vista della storia è sempre femminile: Rachel ed Alison ne sono le protagoniste principali, immortalate in fotografie che dall’infanzia arrivano all’età adulta.

Amiche sin da bambine, si ritrovano a condividere un’esperienza che ha del paranormale, quasi, esperienza che le suggestionerà incredibilmente: durante un soggiorno a casa dei nonni di Rachel, nei giorni in cui i telegiornali espongono la strana casualità dei fatti legati alla morte di David Kelly, lo scienziato che smascherò Tony Blair e le sue bugie rispetto alla guerra in Iraq, le due bambine si avventurano nel bosco poco lontano dall’abitazione, prese dalla curiosità tutta infantile di scoprire chissà cosa. Qualcosa lo scoprono, però. Delle carte inquietanti, sparpagliate per terra, che conducono ad una storia che non le abbandonerà mai, e al numero undici di una casa spaventosa.

Il legame che, a partire da quell’episodio, si instaurerà fra le due subirà nel corso della storia degli alti e bassi, dovuti alla differente estrazione socioculturale cui appartengono.
Con uno scarto temporale ampio, Coe ci riporta dalle due protagoniste, ormai cresciute e completamente immerse in un contesto che tutti noi conosciamo benissimo, quello dei social network e dei reality show. Rachel si è appena laureata ad Oxford, e si ritrova spaesata e confusa rispetto a quale sia la via migliore da percorrere per il proprio futuro; si imbatte in una delle tipiche famiglie rappresentate da Jonathan Coe, ricche e piene di capricci del tutto inutili ma proprio per questo imprescindibili. Inizia così un nuovo percorso che la metterà duramente alla prova.
Parallelamente, Alison è alle prese con una società pronta a sbranare chiunque non faccia parte del grande piano mediatico e politico inglese; impara a stare al mondo, a resistere dinanzi a fiumi di critiche che nascono dal web in maniera ingiustificata, soltanto per il gusto di esprimere la propria opinione e di sentirsi acclamati dal “popolo”; impara cosa vuol dire discriminazione razziale, o arrivismo.

Sullo sfondo, la famiglia Winshaw, che in un modo o nell’altro lo scrittore deve introdurre nelle sue storie come metafora di una società cannibale, che arraffa qualsiasi cosa indipendentemente dai feriti che lascia lungo la sua strada.

Fa decisamente più effetto ritrovarsi a leggere storie come questa in tempi in cui la degenerazione mediatica ha preso il sopravvento, e fa ancor più strano leggere queste storie dal punto di vista di Jonathan Coe, che ritengo una delle voci tuttora più interessanti della letteratura contemporanea. La sua lucidità nel riportare le vicende di personaggi in cui inevitabilmente ci riconosciamo è priva di fronzoli, è onesta, non ha bisogno di aggrapparsi a orpelli di nessun tipo. E nonostante questo marchio che l’autore conserva in tutti i suoi romanzi, è ancora adesso capace di sorprendere, con finali stravaganti e originali.

Insomma, Coe è tornato.

Voto: 4/5

Le nostre anime di notte, Kent Haruf – La recensione

Le nostre anime di notte
Kent Haruf
NN editore
2017
pp. 176

Con Le nostre anime di notte, Kent Haruf ci riporta nella cittadina americana di Holt. Chiunque si sia imbattuto nella penna di Haruf e abbia letto la Trilogia della pianura, non può aver provato un certo brivido nel ritrovare quelle strade così familiari, e quell’atmosfera di delicato disincanto caratteristica dei suoi libri.

Tutto ha inizio con una proposta che Addie Moore fa a Louis Waters: «Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me». Louis, spiazzato dall’audacia di una donna che conosce da anni ma con la quale non ha mai approfondito nessun rapporto che non fosse di buon vicinato, decide di rifletterci comunque. Entrambi sono vedovi e vivono in solitudine d’altronde, e questa scossa alla quotidianità non può che stuzzicare Louis.

Prende piede, così, una nuova consuetudine: i due intraprendono questa strana relazione, che si svolge rigorosamente di notte, almeno agli inizi. Due persone apparentemente distanti che scoprono di condividere in realtà un’interiorità rimasta assopita per tanto tempo. Troppo. La notte diventa loro complice, e quando la città si spegne e tutti smettono di lavorare, Louis si inoltra nell’oscurità con il suo sacchetto – pigiama e spazzolino – e bussa alla porta di Addie. Quelle notti si affollano, una dietro l’altra, fornendo un riparo alle difficoltà che la vita inevitabilmente ha riservato loro: i dolori di un matrimonio che non ha regalato soltanto gioie, il dramma di un lutto, la consapevolezza di non aver avuto aspirazioni o l’amara consapevolezza di averle lasciate andare.

Le nostre anime di notte è un racconto malinconico, in cui anche i momenti di felicità sono macchiati da una specie di presentimento, come se noi lettori – assieme a Addie e Louis – sapessimo in fondo che qualcosa può sempre accadere. Ma, nonostante questa sensazione, la narrazione non sfocia mai in compatimenti e disperazione, anzi. C’è una serenità, quella che ti porta ad affrontare le sofferenze con profonda saggezza, che permea ogni gesto e ogni parola, che è tipica di Haruf e che lo contraddistingue da chiunque altro abbia mai letto finora.

Kent Haruf è quello scrittore che, nella semplicità di un linguaggio sempre asciutto, scrive cose come queste:

Addie spense la luce. Dov’è la tua mano?
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre.

Ed è subito amore.

Voto: 5/5

 

Eva Luna, di Isabel Allende – La recensione

Eva Luna
Isabel Allende
Feltrinelli, collana Universale Economica
pp. 272
2008

Eva Luna, un nome che da solo evoca mondi lontani. Eva Luna è una bambina, figlia di genitori che non possono assicurarle un futuro. Sin dalla più giovane età ha solo se stessa, e quella particolare dote a intrecciare le parole in storie meravigliose ed entusiasmanti che le salverà la vita. Una vita costellata da continui spostamenti da una casa all’altra, da un personaggio all’altro, ed ognuno dei suoi soggiorni come serva, o semplicemente come ospite, diventano spunti che potrebbero esser confusi con micro romanzi indipendenti.

Lo sfondo a ciascuna di queste storie è una terra pervasa dalla dittatura, quando il potere impediva le libertà più semplici degli esseri umani; e il contesto è rappresentato da una popolazione estremamente viva, il cui spirito si accende in preda alle passioni più carnali, ma è anche guidato da un’estrema generosità dell’animo. Eva Luna lo scopre sin da subito, nella dimora del Professor Jones. Ma ogni felicità deve presto lasciare il posto ad un cambiamento, e la giovane protagonista lo scopre molto presto: nella solitudine di una casa nuova, impara a contemplare la bellezza di un dipinto, impara a servirsi di tutte quelle parole accumulate per volare aldilà di tetti e volti sconosciuti e avvicinarsi a ciò che più le manca.

La Madrina, Elvira, la Signora, Melecio, Riad Halabì sono solo alcune delle stralunate figure che incrociano la sua vita. Parallelamente, Isabel Allende racconta un’altra storia, che si svolge prima  in Europa, poi molto vicino, in uno strano villaggio dell’America del Sud: Rolf Carlé, la sua dedizione e la maturità che nella crescita acquisisce conferendogli l’aspetto e il carattere di un uomo. Nelle pagine dedicate alle sue esperienze e ai suoi viaggi, mi ha ricordato il Diego di Venuto al mondo, ci ho riconosciuto la medesima onestà intellettuale. Ma non è l’unico uomo che entrerà per vie traverse nell’esistenza di Eva Luna. A qualcun altro la protagonista rivolgerà il suo amore, in pagine che ho trovato nostalgiche e accorate.

Ma Huberto Naranjo ricomparve, mi avvicinò per strada, di nuovo andammo in albergo e ci amammo con la stessa passione. A partire da allora, ebbi il presentimento che sarebbe sempre ritornato, anche se ogni volta mi lasciava credere che era l’ultima. Entrò nella mia esistenza fasciato da un’aura di mistero, portando con sé qualcosa di eroico e di terribile. Diedi briglia sciolta all’immaginazione e per questo, credo, mi rassegnai ad amarlo anche nell’incertezza.

Isabel Allende unisce la storia alle credenze popolari, confonde le esistenze di un popolo sofferente ma coraggioso. L’intero libro è una casistica di casi umani dal cuore d’oro, è la metafora della vita stessa, irta di ostacoli ma pur sempre meravigliosa.
Le parole, il loro potere, possono salvarti da qualunque cosa.
Eva Luna racconta e noi la ascoltiamo, e potremmo non smettere mai.

Voto: 5/5

Il tempo dell’attesa di Elizabeth Jane Howard – Saga dei Cazalet, vol. 2 – Le recensioni

Il tempo dell’attesa
Elizabeth Jane Howard
Fazi editore, collana Le strade
2016
pp. 640

Elizabeth Jane Howard torna a raccontare le vicende della famiglia Cazalet nel secondo volume della saga, Il tempo dell’attesa. L’intera famiglia si appresta adesso ad affrontare la guerra, che inizia a diventare preoccupante agli occhi di ognuno dei suoi componenti, seppur apparentemente lontana dalle vite nella tenuta di Home Place in campagna.

Il tempo dell’attesa, come il precedente Gli anni della leggerezza, parte dalla quotidianità delle persone che lo popolano, raccontandone piccolezze e gesti quotidiani con la naturalezza della sua prosa asciutta ma scorrevole. Il tempo di guerra ha dato ad ognuno dei componenti della famiglia una consapevolezza nuova, e nuove preoccupazioni per il presente – le ristrettezze e gli impedimenti di tutti i giorni vanno affrontati, certo, col giusto stato d’animo, ma è difficile– e per un futuro che appare quanto mai incerto.

I personaggi hanno subito una maturazione inevitabile: c’è chi ha scelto di inseguire il proprio sogno di gloria; chi non ha smesso di sperare; chi ha optato per una scorciatoia; chi continua ostinato sulla propria strada. Grazie agli accadimenti che si susseguono alcune delle persone che non avrei mai guardato di buon occhio nel primo volume hanno assunto una nuova luce.

Ne emerge un ritratto senza sbavature, in cui non è assolutamente possibile evitare di farsi coinvolgere. Iniziare a leggere la saga dei Cazalet vuol dire trasferirsi in quella casa piena di difetti e sempre affollata; vuol dire condividere la stanza con Neville; vuol dire osservare i sacrifici di Rachel e non poter fare nulla; vuol dire leggere il giornale a Mr Cazalet; vuol dire seguire le lezioni di Mrs Milliment; vuol dire andare a Londra a fare shopping; vuol dire attendere insieme a Clary che suo padre dia notizie; vuol dire scoprire Edward in situazioni disdicevoli; vuol dire salire sul palco con Louise. Questa enorme famiglia che persiste nella sua personale battaglia contro le avversità. Una volta letta la prima pagina, non se ne può più fare a meno.

Voto: 4/5

Dell’amore e di altri demoni di Gabriel Garcia Marquez – La recensione

Dell’amore e di altri demoni
Gabriel Garcia Marquez
Mondadori, collana Oscar scrittori moderni
2004
pp. 208

Con Dell’amore e di altri demoni, Gabriel Garcia Marquez torna nella mia sentimentale memoria di lettrice con una storia dal sapore esotico. La storia, ambientata nella Colombia dell’Inquisizione spagnola, vede al centro una giovanissima marchesa, Sierva Maria de Todos Los Angeles, cresciuta a fianco di genitori o del tutto disinteressati a lei – suo padre – o inspiegabilmente rancorosi nei suoi confronti. La scoraggiante situazione familiare la avvicina agli schiavi che dimorano nella sua stessa casa: cresce con loro, impara le loro lingue, abbraccia le loro tradizioni, amalgamandosi ad essi in tutto e per tutto.

Un episodio intacca quella sorta di normalità da adattata in cui vive: viene morsa da un cane rabbioso. Spaventato dalla possibilità che sua figlia muoia, il marchese decide di rivolgersi ad un personaggio quantomai bizzarro, tale dottor Abrenuncio, i cui metodi poco ortodossi fungono da contrappeso ad una personalità di sicuro affascinante. Curare la bambina è compito necessario, e l’unica soluzione paventata – dal vescovo, cui il marchese si rivolge – è quella di rinchiudere la giovane in un convento.

Il cambiamento sconvolge Sierva Maria, tanto più perché la vita all’interno del convento è scandita da continui soprusi da parte delle suore, che la ritengono impossessata dal demonio. A questo punto Marquez ci immerge in quel miscuglio di credenze popolari e magiche tipico della sua letteratura, sviscerando la nuova quotidianità forzata della giovane a ritmo di abitudini e immaginazione, poiché laddove le mura sono troppo alte da essere scavalcate subentra la fantasia, che solo la mente di Sierva Maria avrebbe potuto partorire. Come in uno dei suoi sogni, compare la figura di un giovane prete, Cayetano Delaura, incaricato dal vescovo di occuparsi dell’esorcizzazione. Ciò che accade non può essere raccontato, non da me almeno, e perché svelerei una seconda parte del romanzo a dir poco intensa, e perché non sarei in grado di descrivere il silenzio di quelle pagine, quando al calar del sole non muoiono le speranze, ma la vita si accende di una nuova luce.

Dell’amore e di altri demoni è un racconto che vi consiglio vivamente di leggere, assieme al resto della bibliografia di questo scrittore eccezionale che è Gabriel Garcia Marquez.

Voto: 5/5

Pastorale americana di Philip Roth – La recensione

Pastorale americana
Philip Roth
Einaudi, collana Scrittori
2013
pp. 472

Pastorale americana. Il sogno americano che si realizza. Seymour Levov è un uomo di successo. Soprannominato “lo Svedese” ai tempi del liceo per il suo aspetto nordico e acclamato da tutti per i suoi meriti sportivi, è cresciuto conducendo una vita che si definirebbe rispettabile: ha preso nelle mani l’attività di famiglia ed è diventato un nome nel mercato di fabbricazione dei guanti, vive a Old Rimrock con una moglie ex Miss New Jersey e una figlia, Merry, vispa e interessata alle questioni del mondo sin dall’età più giovane.

La vita dello Svedese pare scorrere tranquilla finché i problemi del mondo non si affacciano anche all’interno del focolare domestico. La guerra del Vietnam sconvolge l’intera popolazione americana, che assiste sgomenta alle terribili sofferenze che quelle popolazioni stanno subendo a causa dell’intervento militare del loro governo. Merry segue con un’attenzione quasi ossessiva le vicende e se ne fa coinvolgere a tutto tondo. Le sue frequentazioni a New York mentre è adolescente la mettono in contatto con gruppi estremisti che la coinvolgeranno in prima linea nei movimenti di rivolta contro gli Stati Uniti. Seymour Levov deve confrontarsi con un fatto terribile: sua figlia è accusata di aver piazzato una bomba presso lo spaccio della cittadina in cui vivono, causando la morte di un povero innocente. Subito si perdono le sue tracce, e comincia la ricostruzione attenta e meticolosa di Philip Roth, il quale sviscera gli accadimenti che coinvolgono la famiglia Levov mostrando il lato umano più debole, quello degli uomini che tentano disperatamente di fare la cosa giusta per tutta la loro vita e si scontrano poi con la realtà malvagia dei fatti, in cui non importa quanto bene si è fatto perché si è destinati tutti al punto di non ritorno.

Il percorso intrapreso da Seymour verso una consapevolezza completa di sé e di chi lo circonda è tortuoso, difficilissimo: come poter accettare di aver cresciuto una figlia in grado di ammazzare qualcuno? Dove rinvenire un errore nel proprio metodo di educazione? Assillato da domande a cui non troverà necessariamente una risposta, Levov prosegue nel condurre una vita che solo in apparenza è quella di prima. Caduta la maschera, è impossibile tornare indietro.

Con Pastorale americana, Roth racconta un’America piena di contraddizioni, popolata da interessi personali e passioni indomabili che sovrastano i valori tradizionali. Ci svela i segreti più infimi dei suoi personaggi attraverso un punto di vista ben a fuoco. Con questo libro si conoscono gli ebrei e i cattolici, il mondo delle fabbriche e quello delle rivolte fuori dalle fabbriche, emerge un pensiero politico complesso, come complessi sono i tempi cui si riferisce.

Ho trovato Pastorale americana un capolavoro, come nomi ben più illustri del mio hanno già avuto modo di dichiarare in questi anni. Assolutamente imperdibile, per chi non l’abbia ancora letto.

Voto: 5/5

Caino, di Elisabetta Cametti – La recensione

Caino
Elisabetta Cametti
Cairo editore
pp. 402
2016

Un numero, il 29, ricorrente, quasi come fosse un’ossessione.

Una serie di indizi, sparsi qua e là per coprire una distanza enorme come quella che separa New York da Venezia. E Veronika, protagonista indiscussa dell’ultimo thriller di Elisabetta Cametti, che torna a regalare un libro dalla trama estremamente complessa. Seppure allontanatasi da una realtà che la faceva soffrire e rifugiatasi, come sempre, dietro la sua Reflex, c’è un’indagine con cui Veronika deve confrontarsi, abbandonando la fredda Groenlandia e ritornando a New York, dove una squadra di vecchi e nuovi collaboratori la aspetta per dare un senso alle vittime che Caino sta seminando per la città.

Il nome è esemplare di una condotta malvagia, “un essere umano della peggior specie” – non si dimentichi il ruolo di Caino all’interno della Bibbia, “è il primo assassino della storia, colui che non si è mai pentito e non ha mai chiesto perdono a Dio”. La sua tecnica, esteticamente perfetta, nasconde moventi inimmaginabili.

Ma a costo di compromettere la propria incolumità, Veronika e i suoi compagni non possono evitare di buttarsi nella mischia, per districare una matassa completamente ingrovigliata. L’autrice ha arricchito la trama mozzafiato di dettagli, che non riguardano solo la personalità di personaggi ben tratteggiati ma anche riferimenti al mondo dell’arte, dell’architettura, della storia. Insomma, ha creato una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, con colpi di scena che sarebbe impensabile prevedere.

Caino è un thriller che si lascia leggere e che coinvolge: non è possibile infatti evitare di fare ipotesi su quale possa essere l’identità del killer, o chi sarà a soccombere nella lotta tra bene e male. Non si può non patteggiare per chi si è distinto per coraggio e generosità, davanti a scene raccapriccianti in cui vien fuori l’animo più nero di una mente criminale.

Voto: 3/5

La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone – La recensione

La tentazione di essere felici
Lorenzo Marone
Longanesi, collana  La Gaja scienza
pp. 272
2015

Cesare Annunziata, settantasette anni sul groppone e moltissimi difetti. È lui il protagonista del romanzo La tentazione di essere felici. Non servono molti giri di parole per capire di che personaggio si tratta: burbero al punto giusto, intollerante verso il resto del mondo, nei cui confronti non pare avere alcun ripensamento. D’altronde, neanche coi suoi figli pare abbia sviluppato negli anni consolidati rapporti di stima ed affetto, quanto piuttosto di rancore o addirittura indifferenza.
Ormai vedovo, Cesare vive da solo nell’appartamento condiviso con la defunta moglie. Di fronte a lui, sullo stesso pianerottolo, la gattara (non c’è il rischio che ci si fraintenda, a riguardo: il nostro immaginario è comune), ficcanaso al punto giusto. Ed è proprio su quello stesso pianerottolo che si svilupperà una trama poco scontata.

Cesare, pur connotato da una serie di problematiche caratteriali, non può che destare la simpatia dei lettori, me compresa, che addirittura leggendo ho rinvenuto in me stessa intolleranze varie nei confronti del genere umano che a ventisette anni di età non dovrei avere.

Un incontro si rivela fondamentale, e per gli sviluppi della trama del libro e per il suo stesso personaggio. Emma, giovane vicina di Cesare, apparentemente introversa, incuriosisce Cesare e non soltanto per il suo invitante aspetto di donna. L’evoluzione del loro rapporto sarà solo l’appiglio per una crescita interiore non indifferente.

La tentazione di essere felici è un libro che mi ha sorpreso, considerando che mi ci sono tuffata senza sapere nulla, se non che aveva obiettivamente riscosso un notevole consenso nel web. Mi ha colpito, strappandomi una lacrima davanti a scene che l’autore ha raccontato senza disperazione ma con grande sentimento; ho riso, parecchio, perché ciascun personaggio proiettava al di fuori delle pagine un’immagine di sé divertente e goffa (gli sketch tra Cesare e il signor Marino sono delle pillole esilaranti che non potranno non farvi sorridere).
E il signor Cesare, nella sua veste arcigna, ha regalato momenti bellissimi, dall’inizio alla fine – e proprio sul finale, troverete pagine… di quelle che vanno sottolineate e ricordate.

Voto: 4/5

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