SantaLaica. Senza filtro, di Antonio D’Adamo

Quando mi è stato chiesto di scrivere per Thebookworm, non ho esitato un attimo nel rispondere affermativamente. E non solo per la grande amicizia che mi lega a chi gestisce questo blog: come si fa a rifiutare la proposta di partecipare, seppur con un minimo contributo, ad un progetto del genere?

Il libro di cui voglio parlarvi oggi è un libro a cui tengo molto, perché conosco il suo autore. Si tratta di SantaLaica. Senza filtro, scritto da Antonio D’Adamo.

SantaLaica. Senza filtro

È un libro particolare, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, è un libro autopubblicato, curato in ogni dettaglio dall’autore stesso, un giovane autore con la voglia di farcela, nonostante la difficoltà nel farsi aprire delle porte nel mondo della letteratura. Ancora: le pagine non sono numerate; nessuna ansia di arrivare alla fine, nessuna possibilità di gioire per il numero di pagine lette in una sola volta… Solo un libro da leggere, delle parole da assorbire e una storia da interiorizzare.

A proposito della storia: anche per quanto riguarda la trama, di convenzionale c’è ben poco. Scordatevi la divisione in capitoli o una divisione in capoversi (fatta eccezione per uno stacco a metà libro): quello che ci viene offerto è un vero e proprio flusso di coscienza, un fiume di parole messe nero su bianco senza prendere fiato, per dar vita ad una storia. La storia di una vita, che è quella del protagonista, ma che potrebbe tranquillamente essere la storia di ognuno di noi. Non è un caso, infatti, che il “lui” che si racconta ai lettori non abbia un nome. È uno qualunque, che ha vissuto (e sta vivendo) una vita qualunque, fatta di gioie, dolori, errori, piccole vittorie, sentimenti, gesti istintivi, credo. Una vita… SantaLaica.

E si racconta nel modo più banale e scontato del mondo: steso sul lettino di uno psicologo, una figura che odia e alla quale non nasconde il suo disprezzo per il lavoro che svolge, dando voce ai suoi pensieri senza utilizzare alcun tipo di filtro, men che meno linguistico.

Dunque, se avete voglia di leggere una storia che non sia paradossale o mero frutto della fantasia, questo è il libro che fa per voi.

Per saperne di più: https://www.facebook.com/antonio.dadamo.355

Ilaria Orzo

Le cento vite di Nemesio di Marco Rossari

Non saprei spiegare il perché, ma mi erano bastate pochissime righe lette in quarta di copertina a convincermi che Le cento vite di Nemesio fosse il romanzo per me. Quanto sono felice di non essermi sbagliata! Cattura.PNG

Marco Rossari concorre, con questo libro edito da E/O, al Premio Strega 2017, e pur non essendo riuscita per svariati motivi a leggere tutti e 12 i candidati all’ambito premio, io spero che gli venga assegnato il primo posto. O che comunque gli venga riconosciuto un talento narrativo eccezionale.

Le cento vite di Nemesio, già dall’incipit, cattura: «Sono nato da uno sperma vecchio». Impossibile non essere attratti da un’affermazione simile. Lo dice Nemesio, o meglio Nemo, che è come ha scelto di farsi chiamare. Nemo è infatti nato da un padre – Nemesio il Vecchio – ormai settantenne, fatto questo che di per sé pare destabilizzare un giovane di cui scopriremo ossessioni e fissazioni.

Veniamo subito calati in un contesto preciso, siamo a Milano, è il 1999, sta per scoccare il fatidico centesimo compleanno del padre di Nemo, pittore di fama notevole nell’ambiente intellettuale, cui dedicheranno una mostra proprio per sigillare un secolo di successi. Capiamo con altrettanta velocità che il rapporto di Nemo con suo padre è pressoché inesistente, non si vedono ormai da anni, Nemo disapprova quella figura così imponente in tutto e per tutto, al punto che sceglie di dedicarsi a quanto più sia in antitesi rispetto al mestiere di suo padre: fare il guardiano in un museo, condurre una vita anonima, vivere con indifferenza e non appassionarsi a nulla.

Da manuale, la trama non può non prevedere una svolta, un fatto decisivo. Proprio durante la serata dedicata a Nemesio il Vecchio, quest’ultimo ha un malore e viene ricoverato d’urgenza in ospedale. Nemo è quasi costretto ad accorrervi, considerato che quell’uomo in coma è pur sempre suo padre. Il fatto, che di primo impatto rende Nemo di buonumore – finalmente può liberarsi di lui – innesca però, a livello inconscio, qualcosa che non può aspettarsi, che nemmeno il lettore può sospettare.

Inizia così un viaggio a ritroso nel tempo, a partire da quel 1899 in cui Nemesio venne messo al mondo. Rossari attinge ad un patrimonio potenzialmente infinito di riferimenti culturali e storici del nostro Paese (e non solo) per raccontare la storia fortunata (dipende dai punti di vista) di un uomo. Impossibile coglierli tutti, ma qualcuno spicca: Marinetti e il futurismo che aizza le masse che non lo comprendono, le due guerre, Hemingway e il suo amaro cinismo, i grandi artisti come Picasso, e molto altro.

Di notte, Nemo è Nemesio, è suo padre, ne rivive l’intera vita divisa tra un’Italia scialba, povera di entusiasmi, un’orgiastica Germania, una Parigi bohemien, e ancora Italia, guerra, amori, figli, scopate, arte, vita. Ogni notte corrisponde ad uno spaccato di quella lunghissima vita che appare giunta ormai al suo termine. Ogni giorno è un incubo ad occhi aperti, in cui lo sguardo di Nemo si fa sempre più allucinato: come può essere tutto così vivido, così reale? Davanti all’episodio conclusivo di quello spettacolo fantastico che è la vita, scatta in lui un inconscio desiderio di conoscere suo padre aldilà delle superficiali considerazioni fatte finora.

Rossari racconta queste fantasmagoriche avventure in maniera irriverente, ribalta i cliché dei ruoli, riscrive la storia, e la riscrive ancora, regalando un libro che ho amato in ogni suo aspetto. È esilarante, è il serio e il faceto allo stesso tempo, è edificante e dissacrante. E, come se tutto quello che vi ho già raccontato non bastasse, sfogliandolo troverete qualche regalino grafico che mi ha fatto sorridere e che vi piacerà di certo.

Voto: 5/5

La stanza profonda, di Vanni Santoni

Assieme alle donzelle con cui cogestisco il blog I Bookanieri, quest’anno abbiamo deciso di unirci all’avventura dello Stregathon, dividendoci la lettura dei 12 titoli in lizza. La sottoscritta, in preda ad un delirio di onnipotenza, ha scelto di tentare l’impresa: leggere tutti i libri candidati. Probabilmente non ci riuscirò, ma pazienza.

Dopo La più amata, che mi ha piacevolmente colpito, è stato il turno de La stanza profonda, l’ultimo libro di Vanni Santoni, edito da Laterza e in lizza per il Premio Strega 2017. Come mi capita quasi sempre in realtà, non mi sono preoccupata di informarmi sulla trama, certa che avrei risolto tutti i dubbi in merito procedendo con la lettura. Mai sbaglio fu più grande! Probabilmente, informata a dovere sui contenuti che mi avrebbero atteso, mi sarei fermata in tempo.

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La stanza profonda rappresenta quel luogo – fisico ma anche mentale – in cui il protagonista ha trascorso gran parte della sua adolescenza, immerso nel mondo dei giochi di ruolo, e più precisamente di Dungeous & Dragons. All’interno di questo garage, egli ha condiviso le sue giornate con compagni di gioco e di vita, trascurando quanto potesse accadere all’esterno, nella vita reale.

In questa strana realtà parallela, fatta di strategie, di regolamenti, di mosse, di poteri, dovrebbe spiccare un qualche senso più profondo, che io però non sono stata in grado di riconoscere. La scrittura di Santoni è precisa e minuziosa nello sviscerare le dinamiche di gioco, escludendo automaticamente dalla sua fruizione tutti coloro i quali non hanno mai fatto esperienza di quel mondo.

Quella a cui si è rivolto è una nicchia che, seppure resista negli anni e rappresenti un dato di fatto, non è lo specchio dell’Italia, non del tutto comunque. E se la letteratura serve soprattutto a conoscere qualcosa che esiste e vive aldilà del nostro naso, il lettore però deve essere messo in grado di accedervi attraverso degli strumenti. Secondo il mio modesto parere, Santoni non lo ha fatto – ignoro le motivazioni che l’abbiano spinto a questo, se si tratti di una scelta consapevole o no.

Non mi imbattevo in una lettura a me così ostica da anni, probabilmente non ho neanche memoria dell’ultimo libro che ha avuto su di me questo effetto. Quel che è accaduto è che, quasi costretta a voler ultimare la lettura per chissà quale ragione da me stessa imposta, sono andata avanti in maniera superficiale, saltando interi paragrafi (ogniqualvolta i resoconti del gioco diventavano troppo dettagliati, cioè il 90% del libro). Inoltre, non sono neanche riuscita a tessere una trama vera e propria delle vicende, perché non c’è stato un focus vero e proprio sul protagonista, il cosiddetto “master”; sono stati soltanto nominati fatti che avrebbero meritato un approfondimento maggiore, come la morte di un ragazzo strumentalizzata dai media per incolpare il mondo dei giochi di ruolo.

Per tutti questi motivi, La stanza profonda non ha incontrato affatto il mio interesse, e ne sono desolata, perché il web invece gli ha dedicato recensioni positive. Ma evidentemente non era il libro per me, e per questo non ci sono colpe.

Frida, di Hayden Herrera

Non sono mai stata un’appassionata di biografie, credo di non averne mai letta una prima di questa. Ma l’eco di un personaggio come Frida mi ha sempre affascinato, al punto da convincermi a scoprire di più su questa donna così anticonvenzionale.

“Frida. Una biografia di Frida Kahlo” è scritto da Hayden Herrera ed è edito da Neri Pozza.

Frida

Quello sguardo, ritratto in copertina, pare fissarti con fare indiscreto.

Inizi la lettura e ti senti immerso in una delle storie di Marquez, caratterizzate da esotismo e arte. Ed è un po’ questo che la contraddistinse, in verità. La storia di Frida appare difficile da categorizzare, come d’altronde lei stessa rifiutò sempre di fare finché fu in vita.

Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, Frida non visse una vita fortunata, a causa della poliomelite che l’afflisse all’età di sei anni e al rovinoso incidente in cui fu coinvolta quando ne aveva diciotto. I traumi e la sofferenza provati in quelle occasioni non l’avrebbero mai lasciata, ma sarebbero stati una sorta di marchio distintivo della sua persona e della sua arte.

La ricostruzione che viene fatta da Herrera è ricca di dettagli molto particolareggiati, arricchiti da lettere della pittrice messicana e delle persone che più le furono vicine almeno in un periodo della sua esistenza. Un’esistenza che ha quasi del soprannaturale. Frida Kahlo, prima che una pittrice di straordinario talento, è stata una donna al di fuori di ogni schema, una donna incapace di pudori o vergogna, sempre fiera – anche nelle disgrazie – e onesta, innanzitutto con se stessa.

Dalla sua giovinezza, emerge un carattere esuberante, talvolta esagerato, comunque sopra le righe. Frida spicca, dovunque vada.

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L’incontro con Diego Rivera, più di vent’anni più grande di lei, è di sicuro una pietra miliare di una vita vissuta eccentricamente. L’amore di Frida per quest’uomo non ebbe confini, superò tutti i limiti possibili della convenienza, della normalità. Non saprei immaginarmi un amore così grande che sia capace di ricondurti sempre dalla stessa persona, nonostante tutto (laddove per tutto si intendono i tantissimi tradimenti di Rivera in primis, ma non soltanto).

In una delle tante lettere, leggiamo:

Fin dall’inizio Frida sapeva che Diego non lo si poteva possedere, che la sua prima passione era l’arte, che pur amandola i veri oggetti della sua devozione erano la bellezza, il Messico, il marxismo, «il popolo», le donne (molte), le piante, la terra. «Diego è al di là di ogni relazione personale circoscritta e precisa» scrisse Frida. «Non ha amici, ha alleati: è molto affettuoso, ma non si abbandona mai». Voleva, ella disse, essere la sua migliore alleata.

Continua a leggere “Frida, di Hayden Herrera”

Le sorelle misericordia di Marco Ciriello

Le sorelle misericordia è il titolo dell’ultimo libro di Marco Ciriello, edito da Edizioni Spartaco e in uscita il 15 giugno. L’ho letto tutto d’un fiato in un solo pomeriggio, e questo rappresenta già una garanzia, dopo alcune letture piuttosto infelici negli ultimi mesi.

Le sorelle misericordia
Allo Stand di Edizioni Spartaco, Salone del Libro

Protagoniste sono le sorelle Cammarata, Laura e Cristiana. L’una, tennista professionista e profondamente religiosa, l’altra affetta dalla SLA e profondamente atea.

Come mia consuetudine, ho iniziato la lettura senza avere idee sulla trama, e dopo alcune pagine mi è saltato in mente un film di alcuni anni fa: Sunset Limited, con protagonisti Samuel L. Jackson e Robert de Niro. I due attori, seduti davanti ad un tavolo in una cucina ordinaria, si confrontano sul senso della religiosità e della fede, sulle sue incoerenze e sull’accettazione indiscussa da parte dei credenti. Rappresentano posizioni opposte, proprio come Laura e Cristiana. La prima, durante la finalissima degli Australian Open, durante il match contro Serena Williams, è di colpo folgorata da un’apparizione sacra, che interpreta come il personale messaggio divino di smettere di giocare per dedicarsi alla sorella. Quest’ultima, cinica più per costrizione che per altro, non riesce a spiegarsi come una donna che potrebbe potenzialmente avere tutto dalla vita, scelga di starsene lì, al suo fianco, a indossare le vesti della crocerossina.

Due sorelle diversissime, ma legate – questo è ovvio – da un forte sentimento reciproco. Marco Ciriello è in grado di mettere nero su bianco una delle relazioni più controverse che esistano con una prosa giovane, riportando i due punti di vista delle protagoniste e inserendoli in una trama elastica, che attira il lettore. Sebbene i temi non siano tra i più semplici, il libro si fa leggere con una leggerezza insolita per l’argomento che tratta: plana sui fatti, anche i più duri, affrontandoli senza appesantire l’andamento della storia.

Vi consiglio di non farvi sfuggire Le sorelle misericordia, che – a dirla tutta – mi ha fatto sorridere e commuovere allo stesso tempo, così come la vita.

Per saperne di più: http://www.edizionispartaco.com/prodotto/le-sorelle-misericordia/

Voto: 4/5

Chiamatemi Anna

Solo da pochi giorni ho finito Chiamatemi Anna, e ne sono a dir poco fulminata.
La serie tv prodotta da Netflix è basata sul romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, ma ai più – me compresa – è conosciuta grazie al cartone animato che nessuna bambina può non aver visto nella propria infanzia.

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I ricordi che avevo erano dunque piuttosto vaghi, ma avevano lasciato una sorta di alone malinconico attorno ad esso, una sensazione che non mi ha abbandonato praticamente mai. Vi si racconta la storia di Anna, bambina dai capelli rossi che ha passato gran parte della sua vita in orfanotrofio, o al servizio di famiglie poco amorevoli nei suoi confronti. Quel che accade è un semplice errore: viene infatti mandata, per sbaglio, a casa degli anziani fratelli Marilla e Matthew Cuthbert, i quali attendevano un maschio che li aiutasse nei lavori della loro tenuta di Green Gables. L’incontro non può che portare a un cambiamento per questa bambina dalla folle immaginazione.

Sin da subito è facile intuire che Anna è esuberante, allegra, ma deve fare i conti con un passato difficile e doloroso, i cui strascichi continuano a farsi sentire. Inserirsi in un contesto nuovo, fatto di persone che conducono una vita agiata e tranquilla e che sono perlopiù incapaci di accogliere un nuovo membro all’interno della propria comunità le crea non pochi problemi. Anna deve infatti scontrarsi con i pregiudizi altrui, che feriscono moltissimo, poiché le ricordano le sue umili origini e le sofferenze passate. Continua a leggere “Chiamatemi Anna”

Il più grande scrittore americano secondo me – Eventi del Salone

Come promesso, ho deciso di dedicare un approfondimento ad uno in particolare tra gli eventi cui ho partecipato al Salone Internazionale del Libro di Torino.

L’evento in questione è: “IL PIÙ GRANDE SCRITTORE AMERICANO, SECONDO ME. Philip Roth, secondo Francesco Piccolo incontra David Foster Wallace, secondo Sandro Veronesi”. Già il titolo è spettacolare. Ospitato nella bellissima Sala 500, adibita all’interno del Centro Congressi di Lingotto Fiera, l’incontro si è rivelato sin da subito interessante.

Francesco Piccolo e Sandro Veronesi

Ammetto la mia grande lacuna in quanto lettrice, dal momento che ho letto Pastorale americana di Roth (che ho amato) e nient’altro. Intendo recuperare il prima possibile quanti più libri di entrambi gli scrittori (oltretutto Infinite Jest è lì, sullo scaffale, che mi fissa di sottecchi, attendendo il momento in cui avrò il coraggio di leggerlo). Pur non essendo “preparata” al dibattito, me ne sono subito sentita parte integrante, grazie a due personalità eccezionali, in grado di coinvolgere il pubblico.

Innanzitutto, i due autori italiani hanno raccontato aneddoti di vita personale in cui si sono imbattuti in Roth e Wallace. Mi ha molto colpito il racconto di Veronesi, la cui lettura di Infinite Jest – ci svela – iniziò in originale, dal momento che non esisteva in Italia alcuna traduzione; nel corso della lettura, che procedeva, sì, ma a rilento, Veronesi racconta alla perfezione la sua sensazione dell’epoca: quel senso di smarrimento che attanaglia il lettore quando – mentre legge – percepisce di perdere gran parte del senso di quelle pagine, “come quando raccogli l’acqua con le mani: ne trattieni un po’, ma il resto va perso”. Quella sensazione lo spinse a rivolgersi agli editori amici per proporre un’edizione italiana del romanzo, ma ricevette soltanto risposte negative. Scelse così di occuparsi in prima persona della traduzione.

Questo episodio dice molto più di quel che si creda: è la testimonianza della tenacia che probabilmente soltanto un lettore è in grado di provare nei confronti di un autore.

L’incontro prosegue con un confronto tra questi colossi. La scrittura di Wallace si fonda su un principio, vale a dire la consapevolezza che non ci sia un percorso lineare per giungere alla verità delle cose; perché allora non costruirsi da solo la strada da percorrere? Le sue, sostiene Veronesi, sono digressioni per costruire quella realtà. Roth invece è uno scrittore che va dritto al nocciolo delle cose, non si serve di digressioni per descrivere la realtà. Roth è un po’ come Woody Allen: ne riconosci la bravura immensa, ne hai letto la maggior parte dei libri, ma tendi a confonderli sempre. Certo, tra i suoi lavori tutti ricordano perfettamente Pastorale Americana e Lamento di Portnoy, ma gli altri tendono a sovrapporsi gli uni con gli altri. Questo dipende dal fatto che egli concepisce la letteratura come una realtà unica: in sostanza, Piccolo ci sta dicendo che è come se Philip Roth avesse scritto un unico grande romanzo. Continua a leggere “Il più grande scrittore americano secondo me – Eventi del Salone”