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Ho paura torero, di Pedro Lemebel – Le recensioni

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Ho paura torero, sono solo tre parole, ma significano moltissimo. Sopratutto per lei, la fata dell’angolo, che nel momento in cui la incontriamo nella storia lascia alle canzoni il compito di descrivere ciò che sente. La sua storia è quella che tantissimi individui sono stati costretti a vivere: c’è il Cile, la dittatura di un Pinochet vessato dalla diarrea verbale di una moglie nevrastenica, c’è una casa che diventa un rifugio all’interno del quale riporre le speranze, c’è la mami Rana e la sua invidia bonaria. E poi c’è la fata, che non ha un nome, che Lemebel ama tratteggiare come una vamp piena di fronzoli, ma solo in apparenza: la fata è il ragazzo picchiato da un padre incapace di comprendere suo figlio e le sue fragilità; la fata è un uomo che ha imparato a guardarsi allo specchio senza soffrire più come prima; la fata è una donna innamorata e felice di esserlo. L’incontro con Carlos per i quartieri di Santiago è fatale. La fata lo accoglie nella sua vita, nella sua casa piena di cianfrusaglie, fingendosi frivola per non ostacolare i suoi piani. E Carlos, giovane ribelle e contestatore, conosce la fata e ne riconosce tutta la bellezza. Il loro patto silenzioso è magia nel romanzo.
Raccontarvi di questo libro è più difficile del solito, perché dentro ci sono dolore e sofferenza, ma senza alcun velo di tragicità. L’accettazione del dolore è il primo passo, dopo il quale c’è una vita sgangherata fatta di camere buie dell’io in cui l’illusione e la maturità si alternano in una danza pericolosa per i cuori che sono ancora in grado di battere.

Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellophane tiepido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino d’illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.

Sebbene sin dagli inizi si sappia quale sarà l’epilogo, la lettura non ne risulta in alcun modo oltraggiata. Anzi. Le metafore continue, quella prosa ricchissima di tutti i sensi, non fanno altro che caricare la storia della fata, un personaggio spettacolare.
Non mi capitava di imbattermi in una personalità così imperfetta e bella da tempo. Questo libro mi ha stregato. Adesso mi sento anche io un po’ fata.

Voto: 5/5

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