Numero Undici, di Jonathan Coe – La recensione

Jonathan Coe è tornato in libreria lo scorso anno con il suo ultimo romanzo: Numero undici, undicesimo romanzo dell’autore inglese. Dopo alcuni anni di silenzio, torna a raccontare l’Inghilterra con il suo stile oramai – ai miei occhi – riconoscibilissimo, in un mix come sempre perfetto di pubblico e privato.

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Ognuna delle storie che Coe sceglie di raccontare è accomunata, innanzitutto, da un simbolismo continuo ma velato, un numero che di volta in volta vediamo ricomparire nei contesti più disparati. In questo romanzo, il punto di vista della storia è sempre femminile: Rachel ed Alison ne sono le protagoniste principali, immortalate in fotografie che dall’infanzia arrivano all’età adulta.

Amiche sin da bambine, si ritrovano a condividere un’esperienza che ha del paranormale, quasi, esperienza che le suggestionerà incredibilmente: durante un soggiorno a casa dei nonni di Rachel, nei giorni in cui i telegiornali espongono la strana casualità dei fatti legati alla morte di David Kelly, lo scienziato che smascherò Tony Blair e le sue bugie rispetto alla guerra in Iraq, le due bambine si avventurano nel bosco poco lontano dall’abitazione, prese dalla curiosità tutta infantile di scoprire chissà cosa. Qualcosa lo scoprono, però. Delle carte inquietanti, sparpagliate per terra, che conducono ad una storia che non le abbandonerà mai, e al numero undici di una casa spaventosa.

Il legame che, a partire da quell’episodio, si instaurerà fra le due subirà nel corso della storia degli alti e bassi, dovuti alla differente estrazione socioculturale cui appartengono.
Con uno scarto temporale ampio, Coe ci riporta dalle due protagoniste, ormai cresciute e completamente immerse in un contesto che tutti noi conosciamo benissimo, quello dei social network e dei reality show. Rachel si è appena laureata ad Oxford, e si ritrova spaesata e confusa rispetto a quale sia la via migliore da percorrere per il proprio futuro; si imbatte in una delle tipiche famiglie rappresentate da Jonathan Coe, ricche e piene di capricci del tutto inutili ma proprio per questo imprescindibili. Inizia così un nuovo percorso che la metterà duramente alla prova.
Parallelamente, Alison è alle prese con una società pronta a sbranare chiunque non faccia parte del grande piano mediatico e politico inglese; impara a stare al mondo, a resistere dinanzi a fiumi di critiche che nascono dal web in maniera ingiustificata, soltanto per il gusto di esprimere la propria opinione e di sentirsi acclamati dal “popolo”; impara cosa vuol dire discriminazione razziale, o arrivismo.

Sullo sfondo, la famiglia Winshaw, che in un modo o nell’altro lo scrittore deve introdurre nelle sue storie come metafora di una società cannibale, che arraffa qualsiasi cosa indipendentemente dai feriti che lascia lungo la sua strada.

Fa decisamente più effetto ritrovarsi a leggere storie come questa in tempi in cui la degenerazione mediatica ha preso il sopravvento, e fa ancor più strano leggere queste storie dal punto di vista di Jonathan Coe, che ritengo una delle voci tuttora più interessanti della letteratura contemporanea. La sua lucidità nel riportare le vicende di personaggi in cui inevitabilmente ci riconosciamo è priva di fronzoli, è onesta, non ha bisogno di aggrapparsi a orpelli di nessun tipo. E nonostante questo marchio che l’autore conserva in tutti i suoi romanzi, è ancora adesso capace di sorprendere, con finali stravaganti e originali.

Insomma, Coe è tornato.

Numero undici
Jonathan Coe
Feltrinelli editore, collana I Narratori
pp. 374
2016

Voto: 4/5

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Autore: giovannanappi89

28 anni. Pugliese trapiantata (temporaneamente?) al nord, in cerca di lavoro in maniera ossessivo compulsiva. Libri ne leggo, film e serie tv ne guardo, affetto ne do e ne ricevo. Mi mancava un blog, e l'ho aperto. Qui vi racconterò delle mie letture, degli eventi più interessanti, delle iniziative in giro per il Paese, sperando di regalarvi un pizzico della passione che da sempre nutro per quel meraviglioso eppure così oscuro mondo della letteratura.

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