Chiamatemi Anna

Solo da pochi giorni ho finito Chiamatemi Anna, e ne sono a dir poco fulminata.
La serie tv prodotta da Netflix è basata sul romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, ma ai più – me compresa – è conosciuta grazie al cartone animato che nessuna bambina può non aver visto nella propria infanzia.

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I ricordi che avevo erano dunque piuttosto vaghi, ma avevano lasciato una sorta di alone malinconico attorno ad esso, una sensazione che non mi ha abbandonato praticamente mai. Vi si racconta la storia di Anna, bambina dai capelli rossi che ha passato gran parte della sua vita in orfanotrofio, o al servizio di famiglie poco amorevoli nei suoi confronti. Quel che accade è un semplice errore: viene infatti mandata, per sbaglio, a casa degli anziani fratelli Marilla e Matthew Cuthbert, i quali attendevano un maschio che li aiutasse nei lavori della loro tenuta di Green Gables. L’incontro non può che portare a un cambiamento per questa bambina dalla folle immaginazione.

Sin da subito è facile intuire che Anna è esuberante, allegra, ma deve fare i conti con un passato difficile e doloroso, i cui strascichi continuano a farsi sentire. Inserirsi in un contesto nuovo, fatto di persone che conducono una vita agiata e tranquilla e che sono perlopiù incapaci di accogliere un nuovo membro all’interno della propria comunità le crea non pochi problemi. Anna deve infatti scontrarsi con i pregiudizi altrui, che feriscono moltissimo, poiché le ricordano le sue umili origini e le sofferenze passate.

Il carattere di Anna è eccezionale, e l’attrice Amybeth McNulthy è perfetta. Quegli occhi racchiudono un mondo intero, fatto dei personaggi dei libri letti, delle gioie sognate e di un futuro che non sembra più così oscuro. Ho trovato strappalacrime l’evoluzione del suo rapporto con Marilla e Matthew, quel processo di conoscenza che si sviluppa di puntata in puntata in punta di piedi: le ritrosie iniziali di Marilla, la bontà innata di Matthew, le lavate di testa, i primi cenni di fiducia. Una piccola favola che si avvera.

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Così come l’amicizia tra Anna e Diana, l’unica che sin da subito resta affascinata dal temperamento di Anna. Le due si scelgono, si appoggiano, semplicemente si vogliono bene.

E poi Gilbert, piccolo grande Gilbert. Maturo nonostante  la sua giovane età, insolente come pochi ma di un’intelligenza e una forza uniche. Ho tifato per lui sin da subito, sospettando quale sarebbe stato l’andazzo.

Tutti questi elementi, che mi hanno colpito senza ombra di dubbio in maniera positiva, stridono però coi ricordi che avevo del cartone animato, che lasciava un senso di amaro in bocca, in cui non esisteva – perlomeno nei miei ricordi di bambina – un epilogo positivo dopo tutti i “drammi”. Se questa è stata una scelta stilistica, l’ho molto apprezzata, perché soltanto in questo modo è possibile raccontare la bellezza della vita e dei sogni e la necessità di non arrendersi dinanzi alle avversità. Sembreranno frasi fatte, ma Chiamatemi Anna è un inno alla vita, e tutto lo conferma: i suoi personaggi, le ambientazioni, i colori, i dialoghi, ogni cosa fa parte di questo grande progetto.

L’unico intoppo è che quei 7 episodi non bastano, lasciano ogni tassello fuori posto. La storia non è affatto compiuta, anzi! La chiusura di stagione è quel che si direbbe un finale inconcepibile, come se gli autori avessero scelto di tagliare le riprese sul più bello.

Non resta che attendere la seconda stagione!

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Autore: giovannanappi89

28 anni. Pugliese trapiantata (temporaneamente?) al nord, in cerca di lavoro in maniera ossessivo compulsiva. Libri ne leggo, film e serie tv ne guardo, affetto ne do e ne ricevo. Mi mancava un blog, e l'ho aperto. Qui vi racconterò delle mie letture, degli eventi più interessanti, delle iniziative in giro per il Paese, sperando di regalarvi un pizzico della passione che da sempre nutro per quel meraviglioso eppure così oscuro mondo della letteratura.

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