Recensioni

Follia, di Patrick McGrath | la recensione

Follia di Patrick McGrath è l’ultimo romanzo che ho praticamente divorato nel giro di pochissimi giorni. È edito da Adelphi, che l’ha pubblicato nel 1998 (la mia edizione è invece del 2012).

Follia

Lo psichiatra Peter Cleave narra la triste vicenda di Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, Max, e di quello che le capitò a partire dal momento in cui assieme alla sua famiglia si trasferì nella tenuta del manicomio criminale in cui i due medici lavoravano.

Le parole iniziali del narratore, onniscienti poiché a conoscenza dei fatti verificatisi, hanno un effetto molto particolare sul lettore. La convinzione, dichiarata nell’incipit, dell’infausto destino che coglierà la protagonista, rende il lettore quasi distaccato, poiché già a conoscenza del fatto che leggerà, ponendolo quindi su un piano di superiorità rispetto alla vicenda. È come se gli venisse data l’autorizzazione a guardare la storia con distacco, l’autorizzazione a giudicare i suoi protagonisti.

Quando si trasferiscono nella tenuta riservata al vicedirettore del manicomio inglese, Stella entra a far parte dello scenario del dottor Cleave, il quale inizia a conoscere quella famiglia e a impararne pregi e difetti. La relazione su cui si fonda il matrimonio di Stella con suo marito è probabilmente una fra le tante: un uomo dedito al lavoro, che punta a diventare il direttore della struttura; privo di fantasia, un uomo dal quale non ci si può aspettare nulla di più di quello che lui concede con parsimonia. Stella è invece una donna bellissima, dai biondi capelli e l’incarnato chiaro; spicca sugli altri, colpendoli.

La routine che va a instaurarsi nel manicomio dopo il loro arrivo è decisamente sconvolto da Edgar Stark, detenuto in semilibertà, rinchiuso lì dentro per aver ucciso sua moglie e averne poi devastato il corpo. Edgar è un artista, un uomo brillante, intelligente, e molto furbo. La padronanza di se stesso, nonostante la malattia mentale, lo pone su un piano diverso rispetto agli altri pazienti del manicomio – questo Peter lo sa bene.

Quando gli viene affidato il compito di occuparsi dei lavori di ristrutturazione del giardino della tenuta dei Raphael, l’uomo incrocia la sua strada con quella di Stella. Prima un semplice saluto, poi una conversazione, e un’altra ancora: fra i due va a crearsi un’intimità che nessuno approverebbe, considerando che si tratta pur sempre di un paziente e della moglie del vicedirettore. Eppure, come sospinti entrambi da una attrazione che possiamo ben definire fatale, i due proseguono (accorti ma non troppo) nel tessera una trappola a regola d’arte.

Galeotto è il ballo, che ogni anno viene organizzato e per i pazienti del manicomio e per il suo personale. Il contatto fisico fra Stella e Edgar è una scintilla. Da questo momento in poi non si può più tornare indietro.

Scena del film Asylum, trasposizione cinematografica di Follia

La relazione proibita che nascerà tra i due ha tutte le caratteristiche dell’ossessione amorosa, passionale e tumultuosa, che non guarda ai rischi come un pericolo da scansare a tutti i costi, ma come l’ovvia interferenza di un amore che deve esprimersi ad ogni costo.

È impossibile non pensare alle conseguenze di questo rapporto, non può non pensarci Stella, che ha pur sempre una famiglia, un figlio; non può non pensarci il dottor Cleave, che conosce il suo paziente e le sue doti affabulatorie; non può non pensarci il lettore, che sa benissimo cosa sta per succedere.

Nonostante il dramma che si consuma nel corso di tutto il romanzo, però, ho avuto non poche difficoltà a instaurare una sorta di empatia coi suoi sciagurati protagonisti. Invece che temere per le sorti di Stella, l’ho guardata quasi con disprezzo rovinarsi con le sue stesse mani pensando “Sapevi a cosa andavi incontro, e l’hai fatto comunque”. Le scelte che fa non possono essere appoggiate nel nome di sentimenti oscuri e profondi, no. Neanche davanti alla tragedia, al precipitare della situazione, sono riuscita a comprenderla.

Così come non ho compreso il dottor Cleave, colui che avrebbe potuto intervenire e riparare il riparabile e ha invece permesso che si consumasse davanti ai suoi occhi quello sfacelo disperato di uomini e donne che tanto gli stavano a cuore.

Il romanzo mi ha molto colpito, in un modo nuovo per me, dal momento che non ho instaurato alcun legame coi suoi personaggi. La scrittura di McGrath è stata eccezionale sotto questo punto di vista. Per quanto asettica, è in grado di coinvolgerti all’interno della narrazione dall’inizio alla fine. Probabilmente, contribuisce molto l’esperienza personale dell’autore, il cui padre lavorò come psichiatra presso il manicomio criminale di Broadmoor, dove McGrath trascorse tutta la sua infanzia.

Un libro forte (odio questo aggettivo in riferimento alla letteratura, ma mi pare calzante), che svela la patologia mentale vivisezionandola con cura chirurgica. Consigliatissimo.

Voto: 4/5

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