Recensioni

La confraternita dell’uva, John Fante | la recensione

Il libro di oggi è La confraternita dell’uva di John Fante. Il romanzo fu pubblicato nel 1974 ed è un’elegia strampalata della figura paterna.

La confraternita dell'uva

Al centro del romanzo troviamo la famiglia Molise, una famiglia italoamericana che racchiude una serie di stereotipi e che – d’altra parte – ha molto di autobiografico per lo scrittore.

In un paesino piuttosto desolato e devastato dall’arsura estiva, Nick Molise, capofamiglia dispotico, alcolizzato e maschilista, nonché “il miglior scalpellino d’America come è solito definirsi, è arrivato – di nuovo – ai ferri corti con sua moglie. La lite furibonda tra i consorti, in perfetto stile melodrammatico, ha portato i suoi figli a preoccuparsi per il futuro del loro matrimonio.

Mario, insofferente più che mai nei confronti del padre, chiama quindi Henry, suo fratello, interrompendo la sua vita americana da scrittore affermato sulla costa di Los Angeles. In quella che sembra l’imminenza di un divorzio, Mario chiede a suo fratello di accogliere in casa per un periodo quel padre malandato. Ma Henry deve confrontarsi a sua volta con una moglie granitica, che lo obbliga a tornare a casa per risolvere ogni problema.

Henry torna dunque a San Elmo. Nella casa in cui è cresciuto ritrova una madre esausta dopo anni e anni trascorsi a rattoppare gli strappi della famiglia, ritrova fratelli che si rivelano incuranti di ogni cosa, più attenti alle proprie frustrazioni che al resto. E ritrova, ovviamente, suo padre: quanto di più lontano possa esistere rispetto a lui.

Henry è cresciuto con il sogno dei grandi autori russi, ha cercato di perseguire un sogno, quello di diventare scrittore, discostandosi dalle tradizioni di famiglia. Suo padre è invece un osso duro, attento solo al sudore e alla fatica, alle sottane e al vino (quello buono, quello di Angelo Musso).

Il confronto con una realtà che credeva ormai lontana è inevitabilmente doloroso e traumatico, e mette in luce tutte le falle di quel rapporto padre-figlio che Fante deve aver vissuto durante la sua vita.

La bellezza di Fante, però, sta nella capacità di approfondire dinamiche come quelle familiari (e ormai lo fanno moltissimi scrittori) ma in modo scanzonato. Sembra che non si prenda mai troppo sul serio, e anche le situazioni più tragiche e assurde diventano siparietti patetici, sì, ma ricchi di intensità.

In questa commedia umana che è la vita della famiglia Molise ritroviamo così antichi dualismi che non possiamo non riconoscere come nostri: la diversità rispetto ai nostri genitori, l’incompatibilità di esistenze trascorse a spaccare pietre rispetto ai sogni idilliaci di carta e penna; la paura di non essere in grado di capire l’altro, soprattutto se si tratta di qualcuno a noi vicino; la bellezza di alcuni momenti, in cui l’essenziale è rappresentato dal silenzio e da nient’altro.

Fante sviscera il rapporto tra Henry e suo padre in un percorso tortuoso ma non privo di affetto. E ho trovato incantevole ogni parte del romanzo, da quelle più paradossali che coinvolgono i vecchi ubriaconi amici di Nick, a quelle più liriche, che raccontano i sentimenti, spogliandoli di tutto ciò che è superfluo.

Dovete leggere questo libro, che (si sarà capito) mi è piaciuto moltissimo, come d’altronde Chiedi alla polvere. Il mio obiettivo è di recuperare l’intera bibliografia di questo autore.

Voto: 5/5

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