Recensioni

Addicted. Serie tv e dipendenze | la recensione

Ogni dipendenza innesca un meccanismo continuo, che non si ferma e anzi si rigenera all’infinito.

Oggi sono qui per parlarvi di una dipendenza da cui sono affetta: quella da serie tv. La lettura del libro Addicted. Serie tv e dipendenze edito LiberAria e curato da Carlotta Susca ha instillato in me moltissime considerazioni, che proverò a descrivervi al meglio.

Innanzitutto, il testo in questione presenta una struttura che ho trovato estremamente efficace. Al suo interno, ritroviamo infatti alcuni saggi che propongono al lettore molteplici punti di vista legati alla cosiddetta dipendenza da serie tv, dalla musica ai personaggi alla narrazione ecc.

Ciascun saggio si avvale di numerosi esempi per espletare al meglio il proprio contenuto. Da fruitrice assidua di numerose serie tv, avere a portata di mano un approccio critico ma comunque “dal campo” mi ha entusiasmato.

Ogni serie tv è figlia del suo tempo. Proprio per questo, mette in scena una realtà che possa in qualche modo adeguarsi al suo contenuto. Pensiamo alla musica. Come ci suggerisce Michele Casella, anche la musica deve adeguarsi alle esigenze narrative della serie tv: un esempio calzante è quello di Gomorra, fiction italiana venduta in quasi 170 Paesi. Canzoni come Nuje vulimme na speranza o Int ‘o rione acquisiscono il peso delle scene appena concluse, ne modulano anzi il ritmo. Sono quindi un tutt’uno con ciò cui lo spettatore ha appena assistito.

Stesso discorso per una serie come 13 reason why, permeata sotto ogni punto di vista dagli anni ’90. O, ancora, come Sense8: lo spettacolare quinto episodio della prima stagione è capace di amplificare le emozioni umane. Attraverso la canzone What’s Up noi diventiamo dei sensate, proprio come gli otto protagonisti.

Ma andiamo avanti. Un altro aspetto che ha particolarmente colpito il mio interesse è quello dedicato al concetto stesso di storie, descritto da Marika di Maro. Come leggiamo, infatti, l’essere umano è sempre stato dipendente dalle storie, e negli ultimi anni si è assistito semplicemente ad un passaggio dalla pagina allo schermo. Quel bisogno va comunque assecondato, altrimenti non sarebbe definito tale. Proprio per non lasciarsi digiunare (ho trovato questa metafora perfetta per il caso), lo spettatore sviluppa una vera e propria competenza, e coltiva dipendenza non soltanto dalla storia ma anche nei confronti dei personaggi.

Qui interviene l’esempio che – io credo – tutti potranno apprezzare. Sheldon Cooper, volto amatissimo della serie Big Bang Theory, ha catalizzato su di sé un seguito notevole perché è l’emblema delle dipendenze, affetto da una lista di manie ossessivo compulsive che sarebbe troppo riportare. Ma non solo. È ironico (a modo suo), simpatico (a modo suo), socievole (a modo suo). Racchiude quel perfetto mix di pregi e difetti che lo hanno reso uno dei personaggi da serie tv più popolari del momento.

Insomma, quel che emerge è che le modalità espressive di una serie tv ne hanno forgiato quel prodotto di cui adesso non possiamo più fare a meno. La serie tv è quel cofanetto di storie di cui abbiamo bisogno e da cui non possiamo staccarci. Quelli che vi ho riportato sono solo alcuni degli spunti interessanti presenti all’interno di Addicted, che – è ovvio – vi consiglio moltissimo.

Voto: 5/5

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2 risposte a "Addicted. Serie tv e dipendenze | la recensione"

  1. Io sono molto difficile in fatto di serie. Non ne ho viste molte e la maggior parte mi annoiano. Le uniche chr ho visto fino alla fine sono:” penny dreadful”, under the dome, dirk gently, stranger things. Cioè quelle serie fatte da poche stagioni.

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