Come un’aquila e un delfino, Claudia Esposito | la recensione

Una storia lunga una vita per raccontare di Arianna e Colin. Con questo romanzo Claudia Esposito ci regala qualche sogno, che non fa mai male.

Il libro di cui vi parlo oggi è Come un’aquila e un delfino di Claudia Esposito, edito StreetLib. Sin da subito veniamo accompagnati nella storia di due giovani ambiziosi, anche se in modo diverso. Il loro sogno è quello di diventare medici, Arianna un neurochirurgo, Colin un cardiologo.

Quello sguardo iniziale, in quell’aula universitaria durante un esame di medicina, apre le danze e fa scattare la scintilla, sintomo di un’attrazione che non può essere fermata e che li unirà in una relazione amorosa quasi perfetta. Ma il destino ha in serbo per entrambi moltissimi cambiamenti.

Se dovessi farvi entrare nello spirito di questo libro, potrei innanzitutto dirvi che non si tratta della semplice storia d’amore, da cui con molta onestà tendo a tenermi alla larga da anni ormai. La particolarità di questo romanzo sta nell’intenzione di proporre il racconto di un desiderio. Il desiderio di diventare qualcuno, di realizzare i propri obiettivi lavorativi, di accontentare i propri genitori, di diventare indipendenti, di salvare se stessi e gli altri.

Come un’aquila e un delfino è tutto questo insieme e molto altro. È la storia delle diversità, che ci portano a separarci e allontanarci da ciò che credevamo più caro. È la storia di un viaggio interiore, in cui conoscere se stessi vuol dire accettare il cambiamento e lasciarsi affascinare dall’ignoto.

Seguiremo i due protagonisti in un percorso molto lungo, che li condurrà in continenti diversi, in contesti completamente estranei alla propria esperienza.

Uno degli aspetti che più mi ha colpito è stata la scelta narrativa: Claudia Esposito, infatti, invoglia a proseguire nella lettura dando dei piccoli imput, che il lettore deve farsi bastare. Questa tecnica di anticipazione sortisce l’effetto desiderato, perché crea attenzione sulla storia.

Ho apprezzato moltissimo anche la cura e l’attenzione nei confronti di ogni personaggio che entra in contatto con Arianna o con Colin. Nessuno è superfluo, ogni storia merita di essere assecondata, anche se non rivedremo più quella persona nel romanzo.

Insomma, credo sia abbastanza palese che mi sono goduta la lettura e mi sono lasciata trasportare da questo libro, che è come la carezza di tuo padre quando sei piccolo e hai paura.

Potete trovare il romanzo qui:
Come un’aquila e un delfino

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41 perché di dubbio interesse, Riccardo Froscianti | la recensione

Esiste solo un modo per presentarvi questo libro. Ed è questo:

Questo libro è dedicato a quelle domande bisbigliate con lo sguardo basso, scandite con le braccia larghe o sussurrate al vicino d’ombrellone e che non hanno mai avuto un palcoscenico all’altezza, nemmeno quello di Focus, Voyager, Discovery Channel o Yahoo Answer.
Ma soprattutto è un libro con tanti “Perché?” e con poche risposte che sa porre quesiti non essenziali ma essenzialmente veri. Ed è forse, alla fine, un copione per apparire un po’ più saggi in situazioni del tutto banali.

In questo Riccardo Froscianti presenta il suo libro 41 perché di dubbio interesse, edito Bompiani.

Un libro che ripropone alcune domande che ognuno di noi si è posto almeno una volta, riguardo agli argomenti più svariati. Immergendo le sue ironiche considerazioni nella vita di oggi, che si sviluppa attraverso i social  e ad un ritmo incalzante, l’autore sdogana alcuni cliché facendo sorridere.

A chi non è mai capitato, ad esempio, di storcere il naso quando in ascensore il proprio compagno di viaggio diventa Giuliacci?

Restare in silenzio non è un’opzione. Dobbiamo per forza dire qualcosa. Il problema è l’argomento. E come direbbe Corrado Guzzanti: “se io ho la possibilità di veicolar eun numero enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: ‘aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo dì?'”

Tra le abitudini degli italiani, dai più giovani coi loro approcci flash su Tinder ai più anziani, perenni spettatori dei lavori in corso nei cantieri, Froscianti regala tante piccole perle che non posso non consigliarvi.

Tra ilarità e sarcasmo, 41 perché di dubbio interesse è un decalogo allargato di tutti noi, in cui riconoscersi (non sempre fieri).

Voto: 3/5

Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy | la recensione

«Tutto il tempo che passi a cercare di riprenderti quello che ti hanno portato via è solo tempo sprecato, devi fare in modo che la ferita non sanguini più.»

Con questa citazione vi parlo oggi di un romanzo molto particolare, la cui lettura mi ha a tratti disorientato e confuso. Si tratta di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, autore statunitense lontano dai riflettori degli ambienti letterari più in voga. Pubblicò questo romanzo nel 2005, con un successo acquisito soprattutto grazie alla trasposizione cinematografica dei fratelli Coen.

Non è un paese per vecchi è ambientato in Texas. Llewelyn Moss, durante un’esplorazione nella selvaggia natura, si ritrova dinanzi ad una scena che appare a tutti gli effetti un regolamento di conti. Uomini morti, auto abbandonate, e una borsa piena di soldi. Sebbene non sia una persona ingenua e sospetta che da quel momento tutto potrebbe essere compromesso, decide comunque di prendere con sé quel denaro.

A partire da questa sua scelta, la storia si sviluppa seguendo tre strade maestre. Da una parte Moss, alle prese con una situazione che si sta rivelando più grande (e più pericolosa) di quel che avrebbe voluto; dall’altra parte Chigurh, spietato assassino che intraprende la sua personalissima caccia all’uomo per entrare in possesso di quasi due milioni e mezzo di dollari; infine, alla ricerca di entrambi in verità, lo sceriffo Ed Tom Bell, uomo pieno di rimorsi, incapace di superare i traumi del passato e tuttavia deciso a portare a termine questo compito.

McCarthy non si serve della tradizionale divisione in capitoli per passare da un punto di vista all’altro, bensì sceglie di interrompere il racconto e riprenderlo da altri luoghi e con altri personaggi piuttosto repentinamente. Questa scelta, accompagnata da una scrittura asettica, monotono, senza picchi di nessun tipo, rende la lettura un unicum.

I protagonisti di questa storia prenderanno decisioni talvolta poco condivisibili, ma in un romanzo in cui sangue e denaro regolano la vita di tutti non ci si aspetterebbe nulla di diverso. Quel che, come vi dicevo all’inizio, mi ha disorientato è stata la totale mancanza di intensità emotiva che trapela dalla narrazione.

La vita semplicemente accade, con i suoi deplorevoli intralci. Non c’è spazio per nessuna redenzione. Nessuno si salva, nessuno sopravvive veramente.

La totale desolazione regna sovrana, come se accanirsi contro eventi inevitabili sia ritenuta una perdita di tempo. Si procede così nella vicenda con un presentimento, o meglio, con un senso di rassegnazione, perché è chiaro che il lettore non può essere immune da questa totale assenza di speranza. La narrazione diventa un tutt’uno con il desolato paesaggio texano, sabbioso e afoso, pieno di insidie nascoste in ogni dove.

Le valutazioni finali su questa lettura risentono quindi di queste variabili. È un romanzo atipico, e proprio per questo ti colpisce. È incapace di “intortare” il lettore (capacità abbastanza diffusa in letteratura): McCarthy ti sta dicendo questo, ti sta dicendo che la realtà è nuda e cruda, e nuda e cruda te la racconta.

Mi sento di consigliarvelo, perché a me ha lasciato da pensare e mi ha spinto a voler recuperare altri titoli di questo autore, come La strada e la Trilogia della frontiera.

Voto: 3/5

 

Addicted. Serie tv e dipendenze | la recensione

Ogni dipendenza innesca un meccanismo continuo, che non si ferma e anzi si rigenera all’infinito.

Oggi sono qui per parlarvi di una dipendenza da cui sono affetta: quella da serie tv. La lettura del libro Addicted. Serie tv e dipendenze edito LiberAria e curato da Carlotta Susca ha instillato in me moltissime considerazioni, che proverò a descrivervi al meglio.

Innanzitutto, il testo in questione presenta una struttura che ho trovato estremamente efficace. Al suo interno, ritroviamo infatti alcuni saggi che propongono al lettore molteplici punti di vista legati alla cosiddetta dipendenza da serie tv, dalla musica ai personaggi alla narrazione ecc.

Ciascun saggio si avvale di numerosi esempi per espletare al meglio il proprio contenuto. Da fruitrice assidua di numerose serie tv, avere a portata di mano un approccio critico ma comunque “dal campo” mi ha entusiasmato.

Ogni serie tv è figlia del suo tempo. Proprio per questo, mette in scena una realtà che possa in qualche modo adeguarsi al suo contenuto. Pensiamo alla musica. Come ci suggerisce Michele Casella, anche la musica deve adeguarsi alle esigenze narrative della serie tv: un esempio calzante è quello di Gomorra, fiction italiana venduta in quasi 170 Paesi. Canzoni come Nuje vulimme na speranza o Int ‘o rione acquisiscono il peso delle scene appena concluse, ne modulano anzi il ritmo. Sono quindi un tutt’uno con ciò cui lo spettatore ha appena assistito.

Stesso discorso per una serie come 13 reason why, permeata sotto ogni punto di vista dagli anni ’90. O, ancora, come Sense8: lo spettacolare quinto episodio della prima stagione è capace di amplificare le emozioni umane. Attraverso la canzone What’s Up noi diventiamo dei sensate, proprio come gli otto protagonisti.

Ma andiamo avanti. Un altro aspetto che ha particolarmente colpito il mio interesse è quello dedicato al concetto stesso di storie, descritto da Marika di Maro. Come leggiamo, infatti, l’essere umano è sempre stato dipendente dalle storie, e negli ultimi anni si è assistito semplicemente ad un passaggio dalla pagina allo schermo. Quel bisogno va comunque assecondato, altrimenti non sarebbe definito tale. Proprio per non lasciarsi digiunare (ho trovato questa metafora perfetta per il caso), lo spettatore sviluppa una vera e propria competenza, e coltiva dipendenza non soltanto dalla storia ma anche nei confronti dei personaggi.

Qui interviene l’esempio che – io credo – tutti potranno apprezzare. Sheldon Cooper, volto amatissimo della serie Big Bang Theory, ha catalizzato su di sé un seguito notevole perché è l’emblema delle dipendenze, affetto da una lista di manie ossessivo compulsive che sarebbe troppo riportare. Ma non solo. È ironico (a modo suo), simpatico (a modo suo), socievole (a modo suo). Racchiude quel perfetto mix di pregi e difetti che lo hanno reso uno dei personaggi da serie tv più popolari del momento.

Insomma, quel che emerge è che le modalità espressive di una serie tv ne hanno forgiato quel prodotto di cui adesso non possiamo più fare a meno. La serie tv è quel cofanetto di storie di cui abbiamo bisogno e da cui non possiamo staccarci. Quelli che vi ho riportato sono solo alcuni degli spunti interessanti presenti all’interno di Addicted, che – è ovvio – vi consiglio moltissimo.

Voto: 5/5

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood | la recensione

La storia di una donna è la storia di tutte le donne. Un romanzo che non lascia spazio alla speranza.

Il racconto dell’ancella è il romanzo di Margaret Atwood del 1985, pubblicato in Italia da Ponte Alle Grazie. Grazie alla serie tv ad esso ispirata (che non ho ancora avuto modo di vedere), è diventato uno dei libri più chiacchierati dell’anno.

Il romanzo rientra nella categoria dei distopici, rappresentando uno scenario in cui in Nord America vige un regime totalitario che ha a disposizione tutti i mezzi ritenuti necessari per perseguire i propri scopi. Dovendo far fronte ad una mancanza di nascite, ricorre alle donne come semplici mezzi di procreazione, servendosene a proprio piacimento.

I Comandanti, al vertice della piramide del potere, ricorrono quindi alla figura delle Ancelle per sopperire alla sterilità delle proprie Mogli. La protagonista di questa storia è proprio una delle Ancelle, che ci viene presentata al suo arrivo in una nuova casa, sebbene non abbia nulla di accogliente, e rigorosamente vestita in rosso (come una lettera scarlatta che indichi la sua funzione). La sua routine, cadenzata da commissioni ordinarie come fare la spesa, è vissuta con un senso di profonda solitudine. Pare che tutti siano in diritto di giudicare le sue scelte – le sue vesti – privandola di qualsiasi rapporto umano. Neppure le Marte, donne cui spettano le faccende domestiche, dimostrano una qualche forma di umanità nei suoi confronti.

Il racconto dell'ancella

Nel vuoto della propria stanza, le cui finestre sono sbarrate per evitare che le Ancelle tentino il suicidio, la protagonista ripercorre, talvolta confusamente, il proprio passato: ricordi di una vita che pare lontana anni luce. Il trauma della perdita, il senso di impotenza, la totale mancanza di speranze per il futuro popolano la sua mente, che si aggrappa anche ai più insignificanti dettagli per andare avanti. È durante uno di questi tentativi che Difred scopre una scritta, incisa nell’armadio, che recita: Nolite te bastardes carborundorum.

Il significato di questa frase, di cui Difred entrerà in possesso soltanto in un secondo momento della storia, è indicativo di uno dei motivi portanti di quest’opera: nonostante le angherie, la privazione di libertà, l’annullamento di ogni diritto, esiste una spinta impercettibile ma costante a non piegarsi ai soprusi, a resistere.

Purtroppo, però, la speranza diventa ben poca cosa rispetto alla vita. Una vita in cui la donna è costretta a copulare con il proprio Comandante per generare un figlio che diverrà il suo modo per sopravvivere, anche se la sopravvivenza vuol dire perpetrare quel sistema per non essere targata una NonDonna.

Il racconto dell'ancella

Quando ho iniziato a leggere questa storia, la prima reazione è stata di rifiuto e disprezzo per quanto leggevo. Dinanzi a tanta bruttezza umana, respingere è la prima mossa; ma, man mano che sono entrata all’interno delle dinamiche del racconto, ho realizzato quanto poco fossero lontane quelle storie da tanti fatti di cronaca di cui si popolano le nostre giornate, oggi.

Ho compreso con sguardo lucido che ogni gesto cui assisto nelle mie giornate è ancora permeato dal sistema patriarcale e maschilista d’un tempo, ho realizzato che ogniqualvolta uno sponsor noto sceglie di pubblicizzare i propri prodotti suggerendo ad un uomo l’acquisto di un gioiello piuttosto che un ferro da stiro per la propria donna continua a mortificare tutte le donne, sebbene velato da strass e campagne pubblicitarie.

È per questo che Margaret Atwood ha fatto un lavoro degno di nota, aldilà delle polemiche sterili che può aver suscitato. Scopo della letteratura non è soltanto intrattenere e sollevare gli animi. La letteratura ha il compito di smuovere qualcosa, di puntare le luci su un aspetto della vita che ritiene meritevole di una riflessione. Il racconto dell’ancella, nella brutalità di abitudini che tutte le donne hanno interiorizzato per sopravvivere, è un libro di enorme utilità, perché talvolta è necessario esasperare le criticità presenti per ottenere una reazione. Aldilà degli aspetti stilistici, che pure mi hanno colpito, ciò che è più importante è che la storia di Difred è il risultato della degenerazione di tempi di cui facciamo ancora parte.

Quindi vi consiglio di leggerlo e di dargli una possibilità.

Voto: 5/5

Anima di Wajdi Mouawad | la recensione

Recentemente mi sono imbattuta in una frase di Kafka che considero perfetta per parlarvi di questo libro.

Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno nel cranio, a che serve leggerlo?… Un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

Questo è l’effetto che ha sortito su di me Anima di Wajdi Mouawad, pubblicato in Italia da Fazi Editore.

Un assassinio crudele, che ha l’aspetto di una maledizione, apre il romanzo. Una donna sdraiata nel suo salotto, privata non soltanto della sua vita ma di ogni dignità da un assassino di cui non si sa nulla, ma del quale si riconosce subito un sadismo bestiale. Ad assistere alla scena, un gatto nella stanza.

Rientrando a casa, Wahhch Debch si trova davanti questo scenario orribile: sua moglie è stata brutalmente uccisa. Il lutto lo sconvolge profondamente, scuotendo ogni cellula del suo corpo. Inizia così un percorso di rielaborazione dello stesso che non potremmo accostare al dolore “tradizionale” dei vedovi.

La brutalità riservata a sua moglie accende una spia d’allarme in Wahhch. Nasce il bisogno quasi fisiologico di trovare l’artefice, non tanto per vendetta, come verrebbe da pensare, quanto per accertarsi che quell’uomo esista davvero e che non sia il frutto di una macabra rielaborazione di un atto che egli stesso ha compiuto.

La trama di per sé tende a scuotere, perché non si risparmia neanche nei momenti più orripilanti, ma li descrive minuziosamente, con precisione chirurgica. Ma Mouawad non si ferma qui.

L’autore sceglie infatti una chiave narrativa che ho trovato a dir poco eccezionale: ogni evento che dal principio coinvolge la vita di Wahhch e di tutte le figure in cui si imbatterà non è mai raccontata dal suo punto di vista. Ogni capitolo ha dei narratori d’eccezione: animali, grandi o piccoli che siano, che si trovano a coabitare nello stesso spazio e nello stesso tempo questa triste vicenda.

Sorprende quindi trovarsi a osservare le vicende dal punto di vista di un gatto, che vive con la propria padrona e che si imbatte in quest’uomo così diverso dagli altri esseri umani. Sorprende leggere le parole di un ragno, che dalla sua trama di ragnatele guarda il precipitare della storia.

Se nella prima parte gli animali si susseguono e si scambiano, seguendo il cammino di Wahhch tra le riserve indiane d’America, la seconda parte ha un solo narratore, un cane: il suo incontro con Wahhch ha del soprannaturale, quasi. Un avvicinamento di anime che, nonostante la diversità palese, hanno moltissimo in comune e non possono più separare la propria esistenza.

In questo libro tantissimi sono gli spunti e diventa complicato sviscerarli tutti.
La bestialità dell’uomo è giunta a livelli impronunciabili: sadismo, cattiveria, egoismo, sono pane quotidiano. Torna il tema del passato, con delle rivelazioni che sconvolgono il protagonista e i suoi silenziosi compagni di viaggio. La speranza è così debole che spesso non la si percepisce nemmeno, ma esiste ed è offerta da un gesto minimo, ma carico di significato. Il filo invisibile che separa la vita dalla dannazione eterna è sempre presente in ogni passo del libro, come a ricordarci che non è possibile fermarsi e prender fiato, che gli eventi corrono e devastano e occorre rimboccarsi le maniche per non cadere.

Anima scava così a fondo che dopo averlo letto ho avuto bisogno di lasciar decantare quella storia per diverso tempo. Non mi resta che augurarmi che lo leggiate, perché è un’esperienza sensoriale ed emozionale a 360 gradi.

Voto: 5/5

Frankenstein di Mary Shelley | la recensione

Ottobre è mese ghiotto per le letture a tema. Cogliendo al volo l’occasione offerta dall’altro blog che gestisco (I Bookanieri) e dal Gruppo di Lettura organizzato per questo mese, mi sono tuffata nella lettura di un altro classico che non avevo ancora letto: Frankenstein di Mary Shelley.

Sebbene credessi di conoscere la storia, ero del tutto fuori strada. Il dottor Frankenstein, uomo rispettato e circondato da un nucleo familiare amorevole, si trasferisce lontano da Ginevra per intraprendere la carriera universitaria, e influenzato da quella branca delle scienze naturali che ha poco a che fare con la scoperta scientifica e molto invece con la speculazione fine a se stessa.

Gli studi di Frankenstein prendono una piega inquietante, assorbendolo completamente ed estraniandolo dal resto: i suoi familiari non hanno più sue notizie, rinchiuso com’è nel suo laboratorio alle prese con una “creazione”.

Allucinato dall’idea di poter creare la vita con le proprie mani, il protagonista non si rende conto di quello che sta realmente facendo. Ha creato un mostro, che respira, si muove; vive.

Dinanzi all’essere che ha creato, Frankenstein rinsavisce, realizza la follia di questo suo progetto, che adesso lo inorridisce. Scappa quindi dalla sua abitazione, che rimane incustodita. Al suo ritorno, il mostro è scomparso, nessuna traccia di dove sia andato, soltanto un enorme paura che non abbandonerà mai più il protagonista.

Foto di Unicoffee

Iniziano così due percorsi paralleli: quello di Victor Frankenstein, che tenta di andare avanti con la propria vita ristabilendo un equilibrio che da troppo tempo ha perso; e quello del mostro, di cui scopriremo il racconto soltanto in un secondo momento. Egli impara a stare al mondo, a comprendere la lingua, a badare al proprio sostentamento. Capisce anche quanto un aspetto come il suo possa diventare l’unico parametro con cui sarà giudicato, condannandolo ad una vita di solitudine, lontano dagli esseri umani, che lo disprezzano e non sono affatto interessati ad accoglierlo.

Il tema della bestialità dell’uomo in confronto alla natuura del mostro è presente in tutta l’opera. Tantissimi sono i riferimenti alla superficialità dell’essere umano, incapace di vedere aldilà del proprio naso e di capire l’altro, l’estraneo.

Le scelte, deprecabili sicuramente, che il mostro compirà per superare il rifiuto che ha subito, vengono messe in contrapposizione alle scelte di Frankenstein: il primo giura vendetta eterna nei confronti del suo misero creatore; il secondo si rivela incapace di rivelare la verità, per paura di essere scambiato per pazzo (o per paura delle conseguenze, mi verrebbe da aggiungere).

Frankenstein non è mai stato in grado di prendersi la responsabilità delle sue azioni, e lasciando che la situazione precipitasse senza muovere un dito. Piangere sul latte versato non ha fatto altro che renderlo ancor più detestabile ai miei occhi: in mille modi avrebbe potuto intervenire e risparmiare la vita ai suoi cari, ma non l’ha fatto. Questo lo mette ad un livello molto più basso del mostro, che pur responsabile dei delitti non ha mai negato la propria natura.

La foga con la quale commento la storia spiega da sé che ho molto apprezzato il libro, pur non considerandolo un horror come spesso viene definito. Non soltanto l’originalità di Mary Shelley, ma l’escamotage narrativo tipicamente ottocentesco di lasciare che i fatti principali vengano raccontati dai protagonisti ad un ascoltatore: il giovane capitano Robert Walton, in una missione nei mari ghiacciati, scorge nelle acque gelide una figura che accoglie subito sulla propria barca. Frankenstein racconterà a lui le sue tristi vicende, che saranno riportate da Walton a sua sorella Margareth attraverso lunghe lettere.

Dopo la disastrosa esperienza con Dracula, direi che Frankenstein è super approvato. E qualora non lo aveste ancora letto, recuperatelo!

E buon Halloween a tutti!

Voto: 4/5