Anima di Wajdi Mouawad | la recensione

Recentemente mi sono imbattuta in una frase di Kafka che considero perfetta per parlarvi di questo libro.

Bisognerebbe leggere, credo, soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno nel cranio, a che serve leggerlo?… Un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

Questo è l’effetto che ha sortito su di me Anima di Wajdi Mouawad, pubblicato in Italia da Fazi Editore.

Un assassinio crudele, che ha l’aspetto di una maledizione, apre il romanzo. Una donna sdraiata nel suo salotto, privata non soltanto della sua vita ma di ogni dignità da un assassino di cui non si sa nulla, ma del quale si riconosce subito un sadismo bestiale. Ad assistere alla scena, un gatto nella stanza.

Rientrando a casa, Wahhch Debch si trova davanti questo scenario orribile: sua moglie è stata brutalmente uccisa. Il lutto lo sconvolge profondamente, scuotendo ogni cellula del suo corpo. Inizia così un percorso di rielaborazione dello stesso che non potremmo accostare al dolore “tradizionale” dei vedovi.

La brutalità riservata a sua moglie accende una spia d’allarme in Wahhch. Nasce il bisogno quasi fisiologico di trovare l’artefice, non tanto per vendetta, come verrebbe da pensare, quanto per accertarsi che quell’uomo esista davvero e che non sia il frutto di una macabra rielaborazione di un atto che egli stesso ha compiuto.

La trama di per sé tende a scuotere, perché non si risparmia neanche nei momenti più orripilanti, ma li descrive minuziosamente, con precisione chirurgica. Ma Mouawad non si ferma qui.

L’autore sceglie infatti una chiave narrativa che ho trovato a dir poco eccezionale: ogni evento che dal principio coinvolge la vita di Wahhch e di tutte le figure in cui si imbatterà non è mai raccontata dal suo punto di vista. Ogni capitolo ha dei narratori d’eccezione: animali, grandi o piccoli che siano, che si trovano a coabitare nello stesso spazio e nello stesso tempo questa triste vicenda.

Sorprende quindi trovarsi a osservare le vicende dal punto di vista di un gatto, che vive con la propria padrona e che si imbatte in quest’uomo così diverso dagli altri esseri umani. Sorprende leggere le parole di un ragno, che dalla sua trama di ragnatele guarda il precipitare della storia.

Se nella prima parte gli animali si susseguono e si scambiano, seguendo il cammino di Wahhch tra le riserve indiane d’America, la seconda parte ha un solo narratore, un cane: il suo incontro con Wahhch ha del soprannaturale, quasi. Un avvicinamento di anime che, nonostante la diversità palese, hanno moltissimo in comune e non possono più separare la propria esistenza.

In questo libro tantissimi sono gli spunti e diventa complicato sviscerarli tutti.
La bestialità dell’uomo è giunta a livelli impronunciabili: sadismo, cattiveria, egoismo, sono pane quotidiano. Torna il tema del passato, con delle rivelazioni che sconvolgono il protagonista e i suoi silenziosi compagni di viaggio. La speranza è così debole che spesso non la si percepisce nemmeno, ma esiste ed è offerta da un gesto minimo, ma carico di significato. Il filo invisibile che separa la vita dalla dannazione eterna è sempre presente in ogni passo del libro, come a ricordarci che non è possibile fermarsi e prender fiato, che gli eventi corrono e devastano e occorre rimboccarsi le maniche per non cadere.

Anima scava così a fondo che dopo averlo letto ho avuto bisogno di lasciar decantare quella storia per diverso tempo. Non mi resta che augurarmi che lo leggiate, perché è un’esperienza sensoriale ed emozionale a 360 gradi.

Voto: 5/5

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Frankenstein di Mary Shelley | la recensione

Ottobre è mese ghiotto per le letture a tema. Cogliendo al volo l’occasione offerta dall’altro blog che gestisco (I Bookanieri) e dal Gruppo di Lettura organizzato per questo mese, mi sono tuffata nella lettura di un altro classico che non avevo ancora letto: Frankenstein di Mary Shelley.

Sebbene credessi di conoscere la storia, ero del tutto fuori strada. Il dottor Frankenstein, uomo rispettato e circondato da un nucleo familiare amorevole, si trasferisce lontano da Ginevra per intraprendere la carriera universitaria, e influenzato da quella branca delle scienze naturali che ha poco a che fare con la scoperta scientifica e molto invece con la speculazione fine a se stessa.

Gli studi di Frankenstein prendono una piega inquietante, assorbendolo completamente ed estraniandolo dal resto: i suoi familiari non hanno più sue notizie, rinchiuso com’è nel suo laboratorio alle prese con una “creazione”.

Allucinato dall’idea di poter creare la vita con le proprie mani, il protagonista non si rende conto di quello che sta realmente facendo. Ha creato un mostro, che respira, si muove; vive.

Dinanzi all’essere che ha creato, Frankenstein rinsavisce, realizza la follia di questo suo progetto, che adesso lo inorridisce. Scappa quindi dalla sua abitazione, che rimane incustodita. Al suo ritorno, il mostro è scomparso, nessuna traccia di dove sia andato, soltanto un enorme paura che non abbandonerà mai più il protagonista.

Foto di Unicoffee

Iniziano così due percorsi paralleli: quello di Victor Frankenstein, che tenta di andare avanti con la propria vita ristabilendo un equilibrio che da troppo tempo ha perso; e quello del mostro, di cui scopriremo il racconto soltanto in un secondo momento. Egli impara a stare al mondo, a comprendere la lingua, a badare al proprio sostentamento. Capisce anche quanto un aspetto come il suo possa diventare l’unico parametro con cui sarà giudicato, condannandolo ad una vita di solitudine, lontano dagli esseri umani, che lo disprezzano e non sono affatto interessati ad accoglierlo.

Il tema della bestialità dell’uomo in confronto alla natuura del mostro è presente in tutta l’opera. Tantissimi sono i riferimenti alla superficialità dell’essere umano, incapace di vedere aldilà del proprio naso e di capire l’altro, l’estraneo.

Le scelte, deprecabili sicuramente, che il mostro compirà per superare il rifiuto che ha subito, vengono messe in contrapposizione alle scelte di Frankenstein: il primo giura vendetta eterna nei confronti del suo misero creatore; il secondo si rivela incapace di rivelare la verità, per paura di essere scambiato per pazzo (o per paura delle conseguenze, mi verrebbe da aggiungere).

Frankenstein non è mai stato in grado di prendersi la responsabilità delle sue azioni, e lasciando che la situazione precipitasse senza muovere un dito. Piangere sul latte versato non ha fatto altro che renderlo ancor più detestabile ai miei occhi: in mille modi avrebbe potuto intervenire e risparmiare la vita ai suoi cari, ma non l’ha fatto. Questo lo mette ad un livello molto più basso del mostro, che pur responsabile dei delitti non ha mai negato la propria natura.

La foga con la quale commento la storia spiega da sé che ho molto apprezzato il libro, pur non considerandolo un horror come spesso viene definito. Non soltanto l’originalità di Mary Shelley, ma l’escamotage narrativo tipicamente ottocentesco di lasciare che i fatti principali vengano raccontati dai protagonisti ad un ascoltatore: il giovane capitano Robert Walton, in una missione nei mari ghiacciati, scorge nelle acque gelide una figura che accoglie subito sulla propria barca. Frankenstein racconterà a lui le sue tristi vicende, che saranno riportate da Walton a sua sorella Margareth attraverso lunghe lettere.

Dopo la disastrosa esperienza con Dracula, direi che Frankenstein è super approvato. E qualora non lo aveste ancora letto, recuperatelo!

E buon Halloween a tutti!

Voto: 4/5

IT, Stephen King | la recensione

In occasione dei settantanni di Stephen King, ho scelto di convertirmi a uno degli autori più amati di sempre. Con risultati poco soddisfacenti, però.

IT è il capolavoro di Stephen King pubblicato per la prima volta nel 1986 e diventato un cult, nonostante la vita relativamente breve del romanzo.

IT

Ultimamente se ne sta parlando molto, soprattutto per l’imminente uscita di un nuovo rifacimento cinematografico ad esso ispirato. Ho deciso così di prendere questo impegno, nonostante la sua mole. La mia edizione conta 1238 pagine, mica bruscolini insomma.

La storia raccontata è quella di sette ragazzi. Vivono a Derry, nel Maine, e conducono delle esistenze abbastanza ordinarie. Ciascuno di loro ha a che fare con problemi tipici della loro età, come l’evitare di trovarsi faccia a faccia con il bullo della scuola, il trascorrere del tempo e la necessità di trovare un modo di impiegarlo, le prime cotte, ecc.

Peccato che Derry non sia la tipica cittadina americana: essa cela una natura oscura, che allunga i suoi artigli su giovani vittime depredandole della loro stessa giovinezza. Si tratta di IT, o Pennywise, la cui prima manifestazione nella storia avviene nel 1957. Il piccolo Georgie Denbrough, in una piovosa giornata di ottobre, sta giocando con una barchetta che suo fratello Bill gli ha fabbricato, facendola correre lungo i fiumiciattoli che si sono creati lungo la strada a causa della pioggia. Mentre cerca di recuperare la barca, finita in un tombino per la corrente, viene chiamato da It, il quale lo attira a sé in una morsa mortale.

Nel 1958, per sfuggire al bullo Henry Bowers, Ben Hanscom capita nelle lande dei Barren, in riva al Kenduskeag. Qui fa la sua conoscenza con Bill, la cui balbuzie lo precede, e con Eddie Kaspbrak e il suo inalatore.

A loro si uniscono Stan Uris, Richie Tozier, Beverly Marsh e, per ultimo, Mike Hanlon.

Ciascuno di loro ha avuto un assaggio di IT, un incontro ravvicinato con lui, e la consapevolezza che quel gruppo – il club dei Perdenti, come viene chiamato – si sia composto per una ragione e non per caso è comune.

Stephen King non è l’ultimo degli scrittori, e il fatto è lampante per due ragioni di motivi. La prima riguarda la struttura del romanzo. King orchestra una storia che si svolge, parallelamente, tra 1958 e 1985. Propone quindi, da una parte, le vicende che interessarono dei ragazzini spaventati eppure uniti da una forza invisibile contro It; dall’altra, degli uomini e donne cresciuti, adulti, con famiglia (alcuni) e una carriera ben affermata (quasi tutti) che si ritrovano a Derry dopo tutti quegli anni in virtù di una promessa fatta da piccoli di cui non ricordano praticamente nulla.

Se le cose restassero su questo piano, non ci sarebbe da sorprendersi. Ma King complica ulteriormente le cose scompigliando l’ordine di narrazione, inserendovi elementi e fatti che lui solo sa saranno utili alla storia ma che inevitabilmente confondono un lettore che si trova davanti un tomo di quelle dimensioni.

Insomma, racconta i fatti secondo una logica tutta particolare, dando per scontato che chi sta leggendo arriverà alla fine per capire ogni elemento e riporlo al suo posto. Su questa stessa linea d’onda, non svela mai ciò che invece il lettore brama di sapere. Fino all’ultimo capitolo c’è qualcosa che si è riservato di celare, e la cosa è allo stesso tempo snervante e geniale.

L’altra ragione di cui parlavo è invece più legata alla lingua, allo stile. Pur non avendolo letto in originale, la traduzione mi è bastata per capire la grandissima padronanza della lingua che possiede. Tutto è descritto nei minimi particolari, di una descrizione vivida e realistica e totalizzante. Devo ammettere che, pur riconoscendone il talento, spesso questo zelo di dettagli ha rallentato la mia lettura.

La storia di Derry e delle sue creature si sviluppa per cicli temporali, così come la narrazione. A scene di ilarità generale si alternano scene piene di ansia e tensione.

Però – mi spiace, ma c’è un però – non sono stata catapultata nella storia. Originale, commovente, è una storia che parla di fragilità, di paura, di sentimenti come l’amicizia, di apparenze a discapito della verità: tutti temi che mi stanno molto a cuore e che in letteratura mi catturano. It non mi ha catturato, non mi sono mai sentita coinvolta al 100% nella vicenda, e di questo sono molto rammaricata ma non me ne meraviglio neanche.

Ho trovato inutili alcuni degli episodi raccontati, hanno rallentato l’andamento del libro impedendomi di seguirne a pieno lo svolgimento.

Insomma, un gran libro che non mi ha fatto dire “Wow!“. E un po’ desideravo dirlo, dopo tutta quella fatica per leggerlo.

Voto: 3/5

Terapia di coppia per amanti, Diego de Silva | la recensione

Mettiamo il caso che si presenti a voi un uomo che dice di chiamarsi Modesto Fracasso, cosa pensereste di lui?

Terapia di coppia per amanti

Di certo, il suo nome la dice lunga sulla sua personalità. Professione musicista, Modesto è sposato e ha un figlio e, ad un certo punto della sua vita, viene coinvolto in una delle esperienze meno piacevoli da fare, soprattutto per un uomo: la terapia di coppia. La situazione sarebbe già abbastanza particolare così, ma lo diventa ancora di più se la terapia di coppia in cui viene coinvolto gli viene imposta dalla sua… Amante. Eh, già, perché il protagonista di questa storia ha un’amante, Viviana, che, ad un certo punto della loro relazione, auspica a diventare qualcosa di più. E, allora, terapia sia!

Questa strana storia ce la racconta Diego De Silva, nel libro “Terapia di coppia per amanti”, edito da Einaudi nel 2015.

È una storia raccontata a due voci, quella di lui e quella di lei; è una storia in cui si mischiano tante storie: le loro, quelle dei loro partner “legali”, quelle dei loro figli, quelle dei loro amici e – strano a dirsi – anche quella del loro terapista, che, forse, di problemi ne ha più di loro.

La penna di De Silva, per chi lo conosce, si riconosce subito: leggera, pungente e sagace al punto giusto, anche questa volta è riuscito a non deludere le mie aspettative.

Mi capita davvero con pochi autori di trovare quell’empatia immediata, che ti dà un senso di intimità e amicizia. E Diego – a questo punto, azzardo a chiamarlo per nome, spero che non me ne vorrà! – è uno di questi. Le sue storie, in me, arrivano sempre dritte e precise.

Questo libro lo consiglio assolutamente a tutti, ma, soprattutto, lo consiglio a chi ha bisogno di una bella dose di coraggio e autoironia. Promosso!

Ilaria Orzo

Un accordo maggiore in sottofondo, Ugo Cirilli | la recensione

Il libro di cui vi parlo oggi è Un accordo maggiore in sottofondo, di Ugo Cirilli. Un romanzo insolito, eppure così vicino al lettore.

 

Un accordo maggiore in sottofondo

Romanzo insolito perché racchiude, al suo interno, parole e musica. Ebbene sì. Non mi ero mai imbattuta in un libro così “sperimentale” ma al tempo stesso normale. Ma mi spiego subito.

Stefano B., in apertura, dichiara di essere l’autore di un diario in cui proverà a raccontare la sua vicenda, in un percorso di analisi che l’ha aiutato in un momento molto difficile della sua vita.

Il romanzo si sviluppa quindi come il resoconto che il protagonista fa di se stesso, attraverso considerazioni sulla propria condizione psicologica e racconti della sua vita, fra sbagli ed errori.

Nel tempo della narrazione, Stefano si trova all’interno di una clinica in cui vengono solitamente “spedite” quelle personalità appartenenti al mondo dello spettacolo che hanno subito una sorta di crollo emotivo/nervoso, che devono quindi superare.

Intenzionato ad uscire da questo impasse, Stefano intraprende il racconto della sua vita da ragazzo, delle prime amicizie, del suo primo gruppo musicale, del primo amore, delle prime delusioni. Questo si rivela necessario per capire cosa gli sia capitato e perché sia stato addirittura ricoverato in una clinica.

Per tutta la narrazione il lettore è quindi attento ad accumulare indizi che gli sono necessari per capire lo stato delle cose (e devo ammettere che i riferimenti velati a “momenti fatidici” per la vicenda da parte dell’autore contribuiscono in questo senso).

Emerge una personalità che io definirei pura, di chi non è stato contaminato (non ancora, perlomeno) dalla cattiveria del mondo, di chi spera che il talento, o la generosità, o la lealtà verranno ricompensate, prima o poi. È chiaro che questi desideri debbano scontrarsi con una realtà tutt’altro che magnanima, pronta a fagocitarti non appena abbassi la guardia.

 

Un accordo maggiore in sottofondo

 

E Stefano lo scoprirà sulla propria pelle. Incappato in un successo ai suoi occhi inaspettato, percorrerà un viaggio di scoperta di se stesso, di rivalutazione di desideri e ambizioni, di conoscenza degli altri.

Ad arricchire una trama interessante e una narrazione che ho trovato lineare, chiara, limpida (e potrei continuare con gli aggettivi), la novità di cui vi parlavo in principio: la scelta cioè di arricchire il libro con la musica. Nella versione ebook del romanzo sono infatti inseriti due link che rimandano a Youtube (e un codice QR che può essere scansionato dal proprio smartphone). Rimandano a due brani che l’autore ha composto, che Stefano ha composto e che rendono in maniera straordinaria il sentimento delle pagine.

https://www.youtube.com/watch?v=E4UJ-jybVh0&list=LLn3veNodxt0SLimPmJ2w9Jw&index=2

La scelta è azzeccatissima, rende tangibile quanto hai appena letto, e non posso che complimentarmi con l’autore per l’originalità.

Spero di essere stata convincente, perché ritengo che questo libro vada letto.

Voto: 4/5

La confraternita dell’uva, John Fante | la recensione

Il libro di oggi è La confraternita dell’uva di John Fante. Il romanzo fu pubblicato nel 1974 ed è un’elegia strampalata della figura paterna.

La confraternita dell'uva

Al centro del romanzo troviamo la famiglia Molise, una famiglia italoamericana che racchiude una serie di stereotipi e che – d’altra parte – ha molto di autobiografico per lo scrittore.

In un paesino piuttosto desolato e devastato dall’arsura estiva, Nick Molise, capofamiglia dispotico, alcolizzato e maschilista, nonché “il miglior scalpellino d’America come è solito definirsi, è arrivato – di nuovo – ai ferri corti con sua moglie. La lite furibonda tra i consorti, in perfetto stile melodrammatico, ha portato i suoi figli a preoccuparsi per il futuro del loro matrimonio.

Mario, insofferente più che mai nei confronti del padre, chiama quindi Henry, suo fratello, interrompendo la sua vita americana da scrittore affermato sulla costa di Los Angeles. In quella che sembra l’imminenza di un divorzio, Mario chiede a suo fratello di accogliere in casa per un periodo quel padre malandato. Ma Henry deve confrontarsi a sua volta con una moglie granitica, che lo obbliga a tornare a casa per risolvere ogni problema.

Henry torna dunque a San Elmo. Nella casa in cui è cresciuto ritrova una madre esausta dopo anni e anni trascorsi a rattoppare gli strappi della famiglia, ritrova fratelli che si rivelano incuranti di ogni cosa, più attenti alle proprie frustrazioni che al resto. E ritrova, ovviamente, suo padre: quanto di più lontano possa esistere rispetto a lui.

Henry è cresciuto con il sogno dei grandi autori russi, ha cercato di perseguire un sogno, quello di diventare scrittore, discostandosi dalle tradizioni di famiglia. Suo padre è invece un osso duro, attento solo al sudore e alla fatica, alle sottane e al vino (quello buono, quello di Angelo Musso).

Il confronto con una realtà che credeva ormai lontana è inevitabilmente doloroso e traumatico, e mette in luce tutte le falle di quel rapporto padre-figlio che Fante deve aver vissuto durante la sua vita.

La bellezza di Fante, però, sta nella capacità di approfondire dinamiche come quelle familiari (e ormai lo fanno moltissimi scrittori) ma in modo scanzonato. Sembra che non si prenda mai troppo sul serio, e anche le situazioni più tragiche e assurde diventano siparietti patetici, sì, ma ricchi di intensità.

In questa commedia umana che è la vita della famiglia Molise ritroviamo così antichi dualismi che non possiamo non riconoscere come nostri: la diversità rispetto ai nostri genitori, l’incompatibilità di esistenze trascorse a spaccare pietre rispetto ai sogni idilliaci di carta e penna; la paura di non essere in grado di capire l’altro, soprattutto se si tratta di qualcuno a noi vicino; la bellezza di alcuni momenti, in cui l’essenziale è rappresentato dal silenzio e da nient’altro.

Fante sviscera il rapporto tra Henry e suo padre in un percorso tortuoso ma non privo di affetto. E ho trovato incantevole ogni parte del romanzo, da quelle più paradossali che coinvolgono i vecchi ubriaconi amici di Nick, a quelle più liriche, che raccontano i sentimenti, spogliandoli di tutto ciò che è superfluo.

Dovete leggere questo libro, che (si sarà capito) mi è piaciuto moltissimo, come d’altronde Chiedi alla polvere. Il mio obiettivo è di recuperare l’intera bibliografia di questo autore.

Voto: 5/5

Follia, di Patrick McGrath | la recensione

Follia di Patrick McGrath è l’ultimo romanzo che ho praticamente divorato nel giro di pochissimi giorni. È edito da Adelphi, che l’ha pubblicato nel 1998 (la mia edizione è invece del 2012).

Follia

Lo psichiatra Peter Cleave narra la triste vicenda di Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, Max, e di quello che le capitò a partire dal momento in cui assieme alla sua famiglia si trasferì nella tenuta del manicomio criminale in cui i due medici lavoravano.

Le parole iniziali del narratore, onniscienti poiché a conoscenza dei fatti verificatisi, hanno un effetto molto particolare sul lettore. La convinzione, dichiarata nell’incipit, dell’infausto destino che coglierà la protagonista, rende il lettore quasi distaccato, poiché già a conoscenza del fatto che leggerà, ponendolo quindi su un piano di superiorità rispetto alla vicenda. È come se gli venisse data l’autorizzazione a guardare la storia con distacco, l’autorizzazione a giudicare i suoi protagonisti.

Quando si trasferiscono nella tenuta riservata al vicedirettore del manicomio inglese, Stella entra a far parte dello scenario del dottor Cleave, il quale inizia a conoscere quella famiglia e a impararne pregi e difetti. La relazione su cui si fonda il matrimonio di Stella con suo marito è probabilmente una fra le tante: un uomo dedito al lavoro, che punta a diventare il direttore della struttura; privo di fantasia, un uomo dal quale non ci si può aspettare nulla di più di quello che lui concede con parsimonia. Stella è invece una donna bellissima, dai biondi capelli e l’incarnato chiaro; spicca sugli altri, colpendoli.

La routine che va a instaurarsi nel manicomio dopo il loro arrivo è decisamente sconvolto da Edgar Stark, detenuto in semilibertà, rinchiuso lì dentro per aver ucciso sua moglie e averne poi devastato il corpo. Edgar è un artista, un uomo brillante, intelligente, e molto furbo. La padronanza di se stesso, nonostante la malattia mentale, lo pone su un piano diverso rispetto agli altri pazienti del manicomio – questo Peter lo sa bene.

Quando gli viene affidato il compito di occuparsi dei lavori di ristrutturazione del giardino della tenuta dei Raphael, l’uomo incrocia la sua strada con quella di Stella. Prima un semplice saluto, poi una conversazione, e un’altra ancora: fra i due va a crearsi un’intimità che nessuno approverebbe, considerando che si tratta pur sempre di un paziente e della moglie del vicedirettore. Eppure, come sospinti entrambi da una attrazione che possiamo ben definire fatale, i due proseguono (accorti ma non troppo) nel tessera una trappola a regola d’arte.

Galeotto è il ballo, che ogni anno viene organizzato e per i pazienti del manicomio e per il suo personale. Il contatto fisico fra Stella e Edgar è una scintilla. Da questo momento in poi non si può più tornare indietro.

Scena del film Asylum, trasposizione cinematografica di Follia

La relazione proibita che nascerà tra i due ha tutte le caratteristiche dell’ossessione amorosa, passionale e tumultuosa, che non guarda ai rischi come un pericolo da scansare a tutti i costi, ma come l’ovvia interferenza di un amore che deve esprimersi ad ogni costo.

È impossibile non pensare alle conseguenze di questo rapporto, non può non pensarci Stella, che ha pur sempre una famiglia, un figlio; non può non pensarci il dottor Cleave, che conosce il suo paziente e le sue doti affabulatorie; non può non pensarci il lettore, che sa benissimo cosa sta per succedere.

Nonostante il dramma che si consuma nel corso di tutto il romanzo, però, ho avuto non poche difficoltà a instaurare una sorta di empatia coi suoi sciagurati protagonisti. Invece che temere per le sorti di Stella, l’ho guardata quasi con disprezzo rovinarsi con le sue stesse mani pensando “Sapevi a cosa andavi incontro, e l’hai fatto comunque”. Le scelte che fa non possono essere appoggiate nel nome di sentimenti oscuri e profondi, no. Neanche davanti alla tragedia, al precipitare della situazione, sono riuscita a comprenderla.

Così come non ho compreso il dottor Cleave, colui che avrebbe potuto intervenire e riparare il riparabile e ha invece permesso che si consumasse davanti ai suoi occhi quello sfacelo disperato di uomini e donne che tanto gli stavano a cuore.

Il romanzo mi ha molto colpito, in un modo nuovo per me, dal momento che non ho instaurato alcun legame coi suoi personaggi. La scrittura di McGrath è stata eccezionale sotto questo punto di vista. Per quanto asettica, è in grado di coinvolgerti all’interno della narrazione dall’inizio alla fine. Probabilmente, contribuisce molto l’esperienza personale dell’autore, il cui padre lavorò come psichiatra presso il manicomio criminale di Broadmoor, dove McGrath trascorse tutta la sua infanzia.

Un libro forte (odio questo aggettivo in riferimento alla letteratura, ma mi pare calzante), che svela la patologia mentale vivisezionandola con cura chirurgica. Consigliatissimo.

Voto: 4/5