Ho paura torero, di Pedro Lemebel – Le recensioni

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Ho paura torero, sono solo tre parole, ma significano moltissimo. Sopratutto per lei, la fata dell’angolo, che nel momento in cui la incontriamo nella storia lascia alle canzoni il compito di descrivere ciò che sente. La sua storia è quella che tantissimi individui sono stati costretti a vivere: c’è il Cile, la dittatura di un Pinochet vessato dalla diarrea verbale di una moglie nevrastenica, c’è una casa che diventa un rifugio all’interno del quale riporre le speranze, c’è la mami Rana e la sua invidia bonaria. E poi c’è la fata, che non ha un nome, che Lemebel ama tratteggiare come una vamp piena di fronzoli, ma solo in apparenza: la fata è il ragazzo picchiato da un padre incapace di comprendere suo figlio e le sue fragilità; la fata è un uomo che ha imparato a guardarsi allo specchio senza soffrire più come prima; la fata è una donna innamorata e felice di esserlo. L’incontro con Carlos per i quartieri di Santiago è fatale. La fata lo accoglie nella sua vita, nella sua casa piena di cianfrusaglie, fingendosi frivola per non ostacolare i suoi piani. E Carlos, giovane ribelle e contestatore, conosce la fata e ne riconosce tutta la bellezza. Il loro patto silenzioso è magia nel romanzo.
Raccontarvi di questo libro è più difficile del solito, perché dentro ci sono dolore e sofferenza, ma senza alcun velo di tragicità. L’accettazione del dolore è il primo passo, dopo il quale c’è una vita sgangherata fatta di camere buie dell’io in cui l’illusione e la maturità si alternano in una danza pericolosa per i cuori che sono ancora in grado di battere.

Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellophane tiepido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino d’illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.

Sebbene sin dagli inizi si sappia quale sarà l’epilogo, la lettura non ne risulta in alcun modo oltraggiata. Anzi. Le metafore continue, quella prosa ricchissima di tutti i sensi, non fanno altro che caricare la storia della fata, un personaggio spettacolare.
Non mi capitava di imbattermi in una personalità così imperfetta e bella da tempo. Questo libro mi ha stregato. Adesso mi sento anche io un po’ fata.

Voto: 5/5

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Benedizione, di Kent Haruf – Le recensioni

Benedizione
Kent Haruf
NN editore, Trilogia della pianura
2015

Il libro di cui vi parlo oggi è Benedizione, di Kent Haruf, autore scomparso nel 2014. Il libro apre la cosiddetta Trilogia della pianura, e ad esso segue Canto della pianura e Crepuscolo, in uscita il 12 maggio con NN Editore.
Si racconta di una cittadina americana, Holt, della vita che qui scorre, in maniera lenta ma inesorabile. La vita di Dad Lewis, giunta ormai agli sgoccioli, quella di sua moglie Mary e di sua figlia Lorraine; la figura assente di Frank; le idee utopiche di Padre Lyle; il legame di Willa e Alene; l’innocenza spezzata di Alice. I personaggi che popolano Holt sono impregnati, nessuno escluso, di un manto di tristezza, che negli anni trascorsi ha assunto sempre più le sembianze di una malinconia amara. Ognuno di loro porta con sé qualcosa di irrisolto, di irrimediabilmente irrisolto, come se il tempo per fare fosse ormai passato, e adesso si potesse soltanto aspettare il passo successivo, la morte.
Nell’aria quasi desertica della pianura in cui si svolgono le vicende, l’impressione è quella di respirare la stessa polvere, di essere soffocati dalla stessa arsura estiva mentre si scorrono le pagine. Poi, d’improvviso, una brezza estiva smuove l’aria: è l’ipotesi del perdono, della redenzione, ma dura un istante e poi svanisce per lasciare il posto alla quotidianità.
La storia incompiuta che viene qui descritta magistralmente senza ricorrere ad orpelli narrativi, ma nella semplicità di una prosa vera e significativa mi ha spiazzato, contagiando il mio umore, incupendolo. Come Dad davanti alla finestra, seduto sulla sua solita poltrona, osserva la strada deserta, così mi è parso di osservare lui, tutti loro.

Non resta che continuare la lettura della trilogia, credo. Solo così potrò risolvere questo senso di incompiutezza.

Voto: 4/5

Sono contrario alle emozioni, di Diego de Silva – Le recensioni

Sono contrario alle emozioni
Diego de Silva
Einaudi, collana Super ET
2014

Diego De Silva torna a raccontare le vicende di Vincenzo Malinconico, quarantenne avvocato e facente parte della categoria dei disadattati, torna a raccontare delle sue considerazioni sulla vita, sulle persone, sulla musica, su tutto.
Raccontarvi di Sono contrario alle emozioni è difficile, perché si tratta di spiegare la contraddizione che ne ha caratterizzato la lettura: l’autore ha uno stile riconoscibilissimo, che avevo amato in Non avevo capito niente e in Mia suocera beve; qui ritorna, nel suo splendore, certo, ma non è supportato da una trama efficace. Non ho rinvenuto una storia che facesse da sfondo all’interno della quale incastrare i suoi monologhi (efficacissimi, per carità) di cui il libro è pieno. Ripensandoci, il libro è una sorta di raccolta di commenti sui temi più svariati. Da una parte è illuminante pensare che ci siano scrittori capaci di sviscerare dietrologie dietro una canzone di Raffaella Carrà neppure troppo nota al pubblico – a me, almeno; dall’altra vien da chiedersi che senso abbia tutto quanto. All’infuori di un trauma di natura amorosa che ha segnato la sua vita condizionandone il seguito ma di cui viene detto pochissimo (chi è lei? come è successo? da chi è dipesa la rottura?), e delle (sporadiche) sedute da uno psicoterapeuta (i cui dialoghi ho trovato di un’irritabilità incredibile), De Silva/Malinconico non ha nulla da dire, se non pensieri su argomenti random. Come se l’autore avesse fatto scorta di tutti quei frammenti non inseriti nei libri precedenti e li avesse piazzati all’interno di Sono contrario alle emozioni.

Insomma, De Silva non ha centrato il bersaglio, quindi.. rimandato a settembre!

Voto: 2/5

 

The Bookworm al Book Pride – Il resoconto

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Ieri è giunta al termine la seconda edizione del Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente. La location che l’ha ospitato è Base, a Milano, nello spazio delle ex acciaierie Ansaldo. Una full immersion nel mondo dell’editoria durato tre giorni.
La sottoscritta ha partecipato alle prime due giornate, di cui vi racconterò all’interno di questo post cercando di riprodurre – se non fedelmente, almeno in maniera adeguata – l’entusiasmo che mi ha accompagnato tra i vari stand esposti e mentre assistevo ad alcuni degli eventi organizzati.
Partiamo dal principio: una volta varcato l’ingresso del primo piano, dedicato alle esposizioni degli editori partecipanti al festival, è stato come entrare nel paese delle meraviglie. Corridoi pieni zeppi di libri, stand che avrei voluto assaltare (cosa che in effetti ho fatto!), e gente preparatissima e brillante. Ho conversato con persone letteralmente ispirate, informate su ciascuno dei tantissimi libri della casa editrice che rappresentava, con una passione in cui non ho potuto non identificarmi. Alcuni nomi li conoscevo già, altri un po’ meno, altri affatto, ma ciascuno di loro aveva qualcosa da dire, non per fini meramente commerciali, ma perché guidati dalla voglia di condividere le proprie conoscenze con i Lettori. Ed è a loro che l’intera fiera è stata dedicata, in fin dei conti, perché – come più volte è stato sottolineato – non esiste il libro senza il lettore.
Avrei acquistato tutti i libri presenti se questo non avrebbe comportato una bancarotta certa, per cui ho dovuto raggiungere un compromesso.

Questi i libri del mio bottino:
Anche noi l’America, di Cristina Henrìquez (NN Editore)
Benedizione, di Kent Haruf (NN Editore)
L’invenzione della madre, di Marco Peano (Minimum Fax)
Etica dell’acquario, di Ilaria Gaspari (Voland Edizioni)
Il viaggio d’inverno, di Amelie Nothomb (Voland Edizioni)
Ho paura torero, di Pedro Lemebel (Marcos y Marcos)

Passiamo adesso agli eventi a cui ho partecipato. Avrei dovuto sdoppiarmi per partecipare a tutti quelli che in qualche maniera mi interessavano, perciò ho fatto una scelta di fondo, cioè mettere da parte le presentazioni per concentrarmi sugli incontri più professionali.

Il primo incontro è stato quello del 1° aprile, alle 17.00, nello Spazio A, dal titolo “Libri e cultura: l’ecosistema è possibile?” moderato da Chiara Valerio, giornalista e scrittrice. Lo spunto di partenza è stato quello offerto dalla fusione Mondadori-Rizzoli, che ha posto in essere un forte interrogativo, vale a dire: è ancora possibile parlare di bibliodiversità? Antonio Manzini, scrittore, ha cercato di raccontare cosa accadrebbe ad un autore in procinto di pubblicare il suo ultimo lavoro se si assistesse ad una concentrazione delle principali case editrici esistenti in Italia (Sull’orlo del precipizio, Sellerio Editore Palermo). I fatti contemporanei, purtroppo, lasciano poco spazio all’immaginazione, e rivelano una “abitudine malsana al monopolio”, che spaventa, perché è lo specchio del mercato editoriale di oggi. Ginevra Bompiani, editore, ha quindi considerato il concetto di equosistema: se un ecosistema è naturale e l’essere umano lo distrugge, è possibile creare una pacifica convivenza tra imprese editoriali diverse? Si tratta di un’utopia?
Con Mondazzoli, si sta assistendo ad una mutazione dell’ecosistema, in cui il pachidermico impone le sue leggi al piccolo. Ma l’editore è un filtro importante di giudizio, che si interpone fra due solitudini, quella dello scrittore e quella del lettore. Le sue scelte incidono sulla cultura di oggi e su quella di domani, per cui andrebbe tutelato e messo nelle condizioni di rispettare il suo ruolo tenendo conto di tre condizioni di riferimento:
– conservare
– inventare
– collaborare.
In Italia si investe poco sulla cultura, e questo dipende anche dai singoli editori, che non si sono battuti abbastanza, troppo focalizzati sulla battaglia dell’uno contro l’altro per fare fronte comune. Ormai sembra che non conti più la parola, ma il volume della voce. Ma la cultura non è una gara a chi urla più forte, e si dovrebbe ridare voce alla parola.
Lidia Ravera, scrittrice e assessore Cultura e politiche giovanili Regione Lazio, può portare la sua esperienza personale. Come fa la legislazione a fare qualcosa per l’editoria? Bisogna montare la guardia rispetto al trend della crescita esponenziale del grande a discapito del piccolo editore. Chiaramente, i soldi producono soldi, e chi non ne ha viene tagliato fuori dal mercato. Sono le istituzioni, quindi, a dover fare qualcosa producendo formazione, piacere e godimento, crescita sociale. Il piccolo editore necessita di un aiuto per uscire dai propri confini e internazionalizzare il proprio lavoro.
Ciò che spaventa è l’omologazione, che vuol dire pensiero unico, espressività unica; nessuno dialettizza più, non ci sono opinioni dissonanti ma la stessa voce per tutti. Il 40% del mercato in mano a Mondazzoli vuol dire correre il rischio di dare il sopravvento alla “mitologia del successo”, in cui tutto è ridotto ad una questione prettamente commerciale, ed ogni valutazione culturale e artistica viene trascurata. Bisognerebbe invece spazzare via l’indistinto, ridare a ognuno il proprio: l’editore non è un industriale, ma un artigiano.
Rosellina Archinto, editore, dopo cinquant’anni dedicati al lavoro editoriale, confessa di non pensare più a far quadrare il bilancio, ma solo a pubblicare libri che hanno attirato il suo interesse e che, dal suo modo di vedere, potrebbero interessare anche il pubblico dei lettori. In epoca di raggruppamenti monopolistici, però, spaventa scegliere di fare l’editore indipendente: è proprio per questo che occorre restare uniti e combattere; la forza sta proprio nella diversità di tutti gli editori indipendenti, e il Book Pride ne è la più bella e lampante testimonianza.

Da amante del cartaceo, ma neo lettrice digitale, ho scelto di seguire l’incontro “Ebook e mercato: quali strategie?“, alle ore 19.00 nella Sala Aleph. Ad intervenire due pionieri dell’editoria digitale in Italia, ovvero Marco Ferrario, a. d. di bookrepublic.it, e Eugenio Trombetta Panigadi, a. d. di ibs.it. Il lavoro di ibs rende possibile, nel nostro Paese, la diffusione di ebook, nella convinzione che un lettore sia un lettore dovunque legga, a prescindere dal supporto. I confronti con l’America sono inevitabili: le librerie offrono alla propria clientela la possibilità di scegliere tra formato cartaceo e formato digitale; gli ebook trovano lì un vero e proprio spazio di esposizione, dando la possibilità di scegliere quello che si preferisce. In Italia, invece, gli ebook sono ordinabili solo online, e spesso le pubblicazioni in entrambi i formati non sono contemporanee (in alcuni casi, il formato ebook è stato pubblicato un anno dopo l’uscita del libro). L’esempio di bookrepublic, piattaforma dedicata agli ebook in via esclusiva, è lampante: Ferrario crede che la lettura è e sarà sempre più digitale, nonostante non vi sia dietro l’adeguata conoscenza di questo strumento. Gli editori hanno visto l’ebook come nemico e hanno scelto di non investire in suo favore, ma è necessario che tutti si interfaccino con questa abitudine e che lo facciano il prima possibile. Una preparazione adeguata vuol dire sapere che i costi di un’editoria digitale non sono indifferenti (anche la distribuzione dei libri digitali comporta delle spese), significa attribuire il giusto valore ad una possibilità che potrebbe avvantaggiare tutti.

Nella seconda giornata, ho optato per l’incontro delle ore 10.00 nella Sala Lilliput, intitolato “Social Customer Service: come trasformare il servizio in un magnete per attrarre e mantenere clienti“, tenuto da Paolo Fabrizio, cui si è affiancato – in una fusione con l’evento successivo – da Alessio Beltrami, il cui intervento è stato dedicato al Content Marketing per generare fiducia nei clienti. I due argomenti si fondono alla perfezione, poiché i contenuti non sono più limitati all’area promozionale ma servono ad aiutare il cliente, a farlo diventare tale, a migliorargli l’esperienza di vita. Le aziende quindi si servono dei social come strumenti di integrazione della propria attività, e devono operare una scelta oculata: non si può pensare di essere presenti su tutti i canali esistenti, perché ci sarebbe una dispersione; occorrerebbe invece fare un’analisi dei propri obiettivi e quindi optare per il/i canale/i più adatti alla propria politica. Sebbene il discorso non abbia affrontato il tema dell’editoria da vicino, le considerazioni a riguardo sono inevitabili: le case editrici sono oggi presenti sui social, alcune seguono una strategia di conoscenza innanzitutto, di promozione in secondo piano, perché il pubblico dei lettori ha il diritto di rapportarsi al lavoro di un editore, considerando che non ne ha mai avuto accesso fino a pochi anni fa. Io stessa ammetto di aver conosciuto alcuni piccoli editori indipendenti grazie al loro lavoro sui canali social, e di essere poi diventata loro lettrice alla luce dei contenuti promossi all’interno delle diverse piattaforme.

Alle ore 12.00, nella Sala Aleph, si è tenuto l’incontro “Modi e forme della promozione della lettura“, con Gioacchino De Chirico, Biblioteche di Roma, Stefano Parise, direttore Settore biblioteche del Comune di Milano, Marco Rossari, scrittore Piccoli maestri, Marco Zapparoli, eduzioni Marcos y Marcos.. Ciascuno dei partecipanti ha portato con sé la propria esperienza, che non può non lasciare un sorriso stampato in faccia, perché ciò che ne è scaturito è un atteggiamento positivo, in cui le iniziative culturali hanno avuto una funzione educativa, di formazione, nei confronti di un pubblico fatto di giovani e adulti. Si è discusso di Book City Milano, e del “patto per la lettura”: la città è innervata dal libro, e si tratta di un momento di enorme visibilità che andrebbe sfruttato anche nel resto dell’anno, non soltanto in corrispondenza dei giorni dell’evento, facendo appello ad editori, lettori, librai, lavorando con continuità per veicolare la lettura nella città metropolitana. Tutto questo è possibile “istruendo” la popolazione ad un coinvolgimento emozionale veicolato dalla lettura, è possibile coinvolgendo le istituzioni scolastiche, insegnando a imparare i luoghi e i mestieri del libro dalla più giovane età.
Altro strumento prezioso è quello dei gruppi di lettura, dovunque sul nostro territorio, che andrebbero conosciuti e aiutati da tutti i mestieranti del libro.
Insomma, le opzioni ci sono e sono molteplici; andrebbero semplicemente conosciute e diffuse.

Potrei continuare a raccontarvi di questo Book Pride all’infinito, perché ha smosso corde che non credevo potessero essere toccate. Quel che mi rimane – e mi auguro rimanga anche a chi leggerà questo (lungo) post – è l’idea di un grandissimo fermento, di cui nel mio piccolo faccio parte quotidianamente. Voi potete dire lo stesso?

Le recensioni – Bella era bella, morta era morta, di Rosa Mogliasso

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Bella era bella, morta era morta

Rosa Mogliasso
NN Editore, collana ViceVersa
2015

 

 

 

 

 

Una donna, di una bellezza evidente ma troppo impassibile per essere viva, giace all’interno di un parco, sulla riva di un fiume di una città del Nord. Quel tratto è frequentato da una serie di personaggi che, nel corso delle proprie vite non esattamente perfette, si imbattono nel cadavere e ne sono a giusta ragione sconvolti.
Rosa Mogliasso racconta così episodi umani diversi immersi nello stesso quadro: cosa accadrebbe se una giovane donna, col suo cagnolino, passeggiando, avvistasse un corpo che giace morto a terra? Cosa farebbero due giovani ragazzi, una coppia, davanti alla stessa situazione? C’è poi Alfonso, il kiropratico; e infine il ‘matto’: come reagirebbero?
Tutti vengono coinvolti, nel mezzo dei propri dilemmi personali, in una scelta.
L’autrice ha una grandissima abilità, ovvero quella di servirsi di una trama di base per sfoggiare una scrittura che io ho trovato meravigliosa, elegante ma senza pretese, scorrevole ma allo stesso tempo articolata. Lo stile inconfondibile della sua penna mi ha sicuramente dato la curiosità necessaria a voler approfondire (leggerò altri suoi scritti, questo è ovvio).
Il libro si fa piacevolmente leggere, e plana senza macigni sulla storia di personaggi talvolta strambi, talvolta isterici, talvolta semplicemente giovani, e conferisce al lettore quella leggerezza che la letteratura dovrebbe dare, almeno ogni tanto.
Consigliatissimo, dunque!

Voto: 4/5

Le recensioni – La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker

Herry Quebert

La verità sul caso Harry Quebert
Joël Dicker
Bompiani, collana Narratori stranieri
2013

Questa volta cercherò di raccontarvi solo una piccola parte della trama, perché sarebbe un peccato svelare le migliaia di particolari che fanno di questo libro un giallo eccezionale. Marcus Goldman è uno scrittore che, dopo il successo del suo primo romanzo, è alle prese con la crisi da pagina bianca. Nella monotonia delle sue giornate vuote si imbatte in una notizia di cronaca sconvolgente: Harry Quebert, l’uomo grazie al quale si era approcciato alla scrittura dopo averlo conosciuto durante il periodo universitario, è l’indiziato principale per la morte di Nola Kellergan, giovane quindicenne di Aurora scomparsa nel 1975 di cui sono stati rinvenuti i resti proprio all’interno della tenuta di Goose Cove, dove i due hanno condiviso ricordi ed esperienze che li hanno resi amici.
Joël Dicker si serve di questa partenza per sviluppare una storia dai molteplici colpi di scena. Pur non amando particolarmente questo genere, non ho potuto fare a meno di entrare nel vortice delle ipotesi, dei complotti, affiancando Goldman in quella che si rivelerà un’indagine shock per l’America raccontata nelle sue pagine. I sospetti fioccano, e riguardano tutti i personaggi coinvolti anche per vie traverse nella vicenda che più di trent’anni prima aveva coinvolto una piccola e serena cittadina del New Hampshire. Ho sospettato di quasi tutti almeno una volta nel corso della lettura, perché è inevitabile farlo. Quello che sembrava un semplice fatto di cronaca, come se ne sentono molti altri, si rivela lo strumento per svelare segreti rimasti sepolti troppo a lungo. La natura umana viene qui raccontata in tutte le sue zone d’ombra, laddove l’invidia, la gelosia, il senso di inadeguatezza, la sofferenza si declinano in scelte di vita sbagliate, che compromettono non solo ognuno dei personaggi coinvolti, ma un intero paese.
La trovata letteraria che ha conferito quel plus al romanzo è sicuramente la scelta dell’autore di frammentare la narrazione temporalmente, interrompendo gli accadimenti per tornare indietro, in quel 1975 da cui tutto è partito (o forse no, non posso dirvelo), svelando nuovi elementi necessari per andare avanti, quando i conti sono stati già fatti, disorientando il lettore che non può mollare la presa se non a libro concluso.
Unica pecca è sicuramente la prosa dedicata all’amore, che tanta parte ha avuto nel libro ma che l’autore non sa descrivere senza cadere in alcune banalità che io trovo fastidiose quando mi approccio ad un libro. Ma, aldilà di questo aspetto, non posso negare che sia un libro ben orchestrato e che consiglio vivamente a tutti.

Voto: 4/5

Le recensioni – Le farfalle barriscono, di Silvia Mattana

Le farfalle barriscono
Silvia Mattana
Echos Edizioni, collana Latitudini
2015

Una giovane donna, le sue amiche, Roma sullo sfondo. Questi gli elementi a partire dai quali Silvia Mattana sviluppa la storia del suo primissimo libro. Le farfalle barriscono racconta le vicende di Viola, una ragazza con un passato importante, che ha lasciato delle cicatrici difficili da nascondere e che quotidianamente lotta per non essere sopraffatta da una vita che non fa che creare confusione, scombinare i suoi piani. In questo percorso la affiancano Emma e Alice, così diverse da lei eppure a lei così vicine.
Leggendo queste pagine, inevitabilmente mi è capitato di vedere me stessa, di ricordare quelle situazioni che nel passato mi erano apparse così irrisolvibili, così tragiche, e che invece ho superato, come succede a tutti. E mi si è stampato in faccia un sorriso, perché è questo che Silvia Mattana è stata capace di fare, sebbene sia alle prime armi: senza alcuna presunzione, mi verrebbe da dire che questo libro è come un romanzo di formazione dei tempi nostri, in cui la protagonista intraprende quello che qualcuno avrebbe chiamato Il Viaggio dell’Eroe, un percorso tortuoso, in cui si perdono stabilità e certezze, in cui ci si mette alla prova, si entra in un tunnel dal quale però si esce, si deve uscire. Quella di Viola è una presa di consapevolezza lenta ma costante, che trova il suo apice nella chiusura, di cui per ovvie ragioni non vi parlerò, ma che è esplicativa di una generazione – la nostra – che è quasi costretta a prendere sempre decisioni importanti, che non può stare ferma ma deve accettare il cambiamento, deve abbracciarlo, per non soccombere. E all’interno di vicende amorose e lavorative anomale, emergono momenti di scrittura da rileggere, da sottolineare (i lettori capiranno e riconosceranno la pratica), come questo:

Dare un valore sbagliato ad una persona che non merita per niente quel dannato valore è l’errore più grande. Si può sbagliare la schedina, si può sbagliare numero o sbagliare taglia di un paio di jeans, credendo di essere dimagrita, ma non si può sbagliare la persona che vuoi che ti completi. Dovrebbe esistere una scuola. La chiamerei “Istituto per l’Identificazione dell’Uomo giusto per te” con la seguente lezione “Insegnamento del calcio nelle palle più violento all’uomo che credevi fosse quello giusto per te” un po’ lunga, ma meritevole.

Immagino sia chiaro che ho gradito, ho molto gradito. Ho visto nell’autrice tante cose, tante possibilità, che spero confluiscano in un sequel (che sarebbe abbastanza appropriato oltretutto). Insomma, ve lo consiglio! Le farfalle barriscono ha il vento in poppa.

Voto: 4/5