Grazie per quella volta, di Serena Dandini – Le recensioni

Grazie per quella volta
Serena Dandini
Rizzoli, collana Di tutto di più
2012

Quando scelgo un libro, contrariamente a quanto andrebbe fatto, cerco di non essere condizionata in nessun modo: trama,  considerazioni varie, non mi interessano. Vado “a pelle”, espressione che detesto ma che effettivamente rende il mio comportamento d’acquisto. Grazie per quella volta l’ho scelto così: un titolo a mio dire meraviglioso, un’autrice che conoscevo già per i suoi meriti televisivi. E l’ho cominciato.
Non che mi sia pentita di averlo fatto, non siamo a questo livello, ma ho trovato il libro inconcludente, privo di una qualsiasi storyline di fondo cui potermi aggrappare. L’impressione, dall’inizio alla fine, è che la Dandini abbia fatto ricorso ad una serie di episodi – sicuramente autobiografici, ma poco personali – in cui chiunque, che sia donna, di qualunque età, possa riconoscersi. Una casistica di cliché spiattellati sulla pagina: alcuni divertenti, scritti anche bene, ma banalissimi. Il problema dell’insicurezza femminile, la vita in albergo, il dramma del fare la valigia, le diete, e così via.

Non mi piace sparare a zero senza argomentare, né tantomeno ricorrere a quelle invettive che si travestono da intellettuali ma sono in realtà semplice polemica. Ma mi chiedo che senso abbia avuto, per l’autrice, scrivere un libro senza capo né coda, se non per il gusto di uscire dai panni – che le stavano benissimo, tra l’altro – di conduttrice televisiva. Non è un romanzo, non sono racconti, nulla di tutto ciò.
Insomma, libro bocciato.

Voto: 2/5

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L’allegria degli angoli, di Marco Presta – Le recensioni

L’allegria degli angoli
Marco Presta
Einaudi, collana Super ET
2016

Il libro di oggi è L’allegria degli angoli, di Marco Presta, volto noto alla sottoscritta per la propria presenza in radio più che in libreria. Eppure, nel passaggio da un medium ad un altro, non ci sono state delusioni.
Innanzitutto, raccontarvi della storia di Lorenzo è anche raccontarvi un po’ di me, e – visto l’andazzo generale delle cose – di una quantità non irrilevante di giovani nella medesima situazione. Lorenzo è un geometra, ha superato i trenta e vive quel limbo disperato che si chiama disoccupazione. Vive con sua madre, la signora Michelina, che instancabile dedica la propria esistenza a quel figlio “tanto bravo”. Lorenzo è circondato da amici, alcuni buoni, meritevoli di ogni stima e affetto, alcuni un po’ meno (ma non per questo da tenere alla larga), e da persone come lui imperfette e come lui moderatamente disperate. Perso il lavoro presso un architetto, Lorenzo si ritrova a riflettere su cosa significhi per un giovane svegliarsi la mattina e non avere un’occupazione a cui dedicarsi (che sia chiaro, una occupazione, perché gli hobby non contano: chi non ha un lavoro, si sente demoralizzato anche a dedicarsi ad un hobby, che per sua natura dovrebbe rappresentare uno svago dal lavoro stesso).

Ogni volta che inizia un nuovo giorno provo la stessa sensazione da accessorio inutile, mi sento un fermacravatte o uno snocciolatore di olive.
Mi tolgo i pantaloni e cerco da fumare, ma il pacchetto è vuoto e io non ne ho comprato un altro.
Senza lavoro non c’è dignità, e neanche sigarette.

Quando pensando a se stessi non si vede dignità, l’unica cosa da fare è prendere un’altra strada, è chiaro. Lorenzo lo fa, grazie ad un ingaggio esterno: la trasformazione da geometra fallito a faraone immobile all’interno di una piazza trafficata da turisti sembra assurda – probabilmente lo è – ma è l’unico modo di reinventarsi.
Vi risparmierò prosopopee trite e ritrite su quanto sia svilente non avere un lavoro, o quanta fatica costi piegarsi a chiunque pur di ottenerne uno. Non è questo il luogo adatto. Ma la facilità con cui Presta sviscera un problema di tale portata è disarmante. Nessuna pesantezza, neanche nei momenti più difficili della sua storia. Un’ironia costante ma mai sottotono popola queste pagine, rendendole piacevoli, ma che dico? di più, allegre.
Si sorride, si riflette, si sospira, ma si va avanti. Nel libro, come nella vita.

Consigliatissimo.

Voto: 4/5

L’invenzione della madre, di Marco Peano – Le recensioni

L’invenzione della madre
Marco Peano
minimum fax, collana Nichel
2015

Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere perché possa continuare a esistere, almeno dell’invenzione. Perché sa bene che quando anche il padre non ci sarà più, nessuno potrà ricordare ciò che lei è stata.

Questa citazione è un po’ il cardine della storia di cui sto per parlarvi.
Mattia, figlio e fidanzato, ragazzo e uomo, ripercorre per bocca dello scrittore gli ultimi dieci anni della sua vita trascorsi ad accompagnare sua madre in un percorso disperato che la condurrà alla morte. Non vi arrabbierete per quanto appena detto, perché il destino infausto destinato ad una donna poco più che cinquantenne affetta da metastasi è chiaro sin da subito nel libro. Questa storia è fatta di vite che si plasmano e assumono le forme che il cancro decide, è fatta di un figlio che vota se stesso affinché la morte sia scongiurata in qualche modo. Un cammino pieno di finte riprese e ostacoli spesso insormontabili è costellato di episodi materiali, di esperienze futili ma che si caricano di un significato incomprensibile per chi ha avuto il lusso di non vivere sulla propria pelle un dramma simile.

Nell’approcciarmi ad libro, qualunque esso sia, parto con una predisposizione di fondo nei suoi confronti, affinché ciò che leggerò non possa sembrarti estraneo, sebbene sia stato scritto a prescindere da me. Proprio per questo, io credo di aver impedito inconsciamente a me stessa che questo patto non detto si ripresentasse: non ho creato alcuna vicinanza empatica con Mattia, né con suo padre, men che meno con sua madre. Ho letto una storia che vedevo staccata da me, probabilmente perché alcuni argomenti sono troppo dolenti anche per le persone più sensibili come la sottoscritta, e ho voluto a mio modo esorcizzare il tutto. I pareri che hanno consigliato la mia scelta per questo libro edito da minimum fax erano stati travolgenti, mi era stato detto che avrei pianto, mi sarei commossa nel profondo. Eppure questo non è successo, e mi chiedo se l’inadeguatezza del mio stato d’animo di fronte a questo libro non sia stato – chissà? – uno degli obiettivi di Marco Peano mentre scriveva.
Che siate teneri di cuore, o cuor di leone, questo libro è unico, in entrambe le accezioni cui si può pensare.

Voto: 3/5

Etica dell’acquario, di Ilaria Gaspari – Le recensioni

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Etica dell’acquario
Ilaria Gaspari
Voland Edizioni
2015

La storia di Etica dell’acquario è la storia di una città, Pisa, e di alcuni giovani ragazzi che in quella città trascorrono gli anni dell’università. Apparentemente, si tratta di questo. Ma all’interno di questa città si nascondono segreti, disturbi, infelicità, intere esistenze che confluiscono tutte all’interno del collegio, altare davanti al quale generazione di studenti consacrano la propria vita accomunati dalle migliori intenzioni ma corrotti poi da una vita artificiale ma non per questo meno crudele, anzi. Nei corridoi del collegio, nelle sale della biblioteca, tra i banchi della mensa, si addensano le storie di Gaia e dei suoi compagni per la vita (forse). Quel che potrebbe apparire come un’ordinaria quotidianità all’insegna dello studio, pizzicata da gelosie e competitività tipiche della gioventù, si trasforma in un magazzino in cui vanno a finire gli sbagli, talvolta irrimediabili, di individui che hanno consapevolmente scelto la strada più ardua per vivere, quella dell’infelicità. Gaia, sommersa da pensieri per anni taciuti, si ritrova a distanza di dieci anni in quella città, da cui tutto aveva avuto inizio: qui è costretta (anche se di costrizione non si tratta) a incontrare Marcello, grande amore dei tempi dell’università, e a fare i conti con tutto ciò che di irrisolto aveva lasciato, per accantonarlo in quella parte più oscura di noi stessi che è il subconscio.

Ma più spesso ero felice di essere riuscita ad andarmene lontano, perché davvero mi sentivo lontana. Mi piaceva quella sensazione asprigna di malinconia e libertà sotto l’azzurro ininterrotto del cielo. La notte seguivo sul soffitto le sagome di foglie sconosciute, ritagliate nella luce del lampione.

Allontanarsi da se stessi per paura di ammettere i propri limiti, respingere gli altri per crogiolarsi nell’errore senza il dovere di rimediarvi. Gaia trascina con sé i fantasmi di Matteo, di Virginia, e di se stessa.

Ilaria Gaspari scava nell’animo umano, tra le sue ombre, ma con gentilezza, servendosi di una scrittura intensa, serrata, ma mai aspra. Come quei pesci che, per la legge darwiniana della sopravvivenza naturale, hanno dovuto trasformarsi per non soccombere, così la scrittura si plasma a seconda dei momenti che ritrae con una veridicità meravigliosa: diventa cupa, davanti al buio di un collegio sventrato che ti osserva con occhi cattivi spogliandoti di ogni riparo, con la semplicità con cui descrive gesti quotidiani che ricordano casa, con la dolcezza con cui dedica pagine ai ricordi.
Questo libro è stato commuovente, forte, vero. Dovete assolutamente leggerlo.

Voto: 5/5

Crepuscolo, di Kent Haruf – Le recensioni

Crepuscolo
Kent Haruf
NN Editore, Trilogia della pianura
2016

La vita nella cittadina di Holt, Colorado, va avanti. Crepuscolo, ultimo libro della Trilogia della pianura, traccia una linea non di interruzione, ma di prosecuzione con Canto della pianura. Riporta tra le pagine alcuni dei personaggi cui i lettori non avevano potuto evitare di affezionarsi nel volume precedente: ritrovare Victoria con la sua piccola ma già cresciuta Katie è stato piacevole, e assieme a loro i fratelli McPheron, due perle antiche ma ancora preziose che lo scrittore ha sottoposto ad uno stravolgimento che mai avrei immaginato.
A Holt vive anche DJ, giovane ragazzo rimasto orfano, con suo nonno, uomo apparentemente burbero ma a suo modo buono. All’interno di Crepuscolo, però, veniamo introdotti in una nuova sfaccettatura della vita, dai contorni più cupi: la cattiveria e la durezza di alcuni personaggi assume immagini dure, conduce a vicende talvolta tragiche, guidate dall’egoismo, dall’incapacità di alcuni esseri umani di scegliere la strada, talvolta più ardua, della bontà.
DJ instaura un rapporto speciale con Dena, una delle due figlie della vicina, donna sola, disorientata di fronte a questa solitudine, spesso incapace di combatterla nel modo giusto. E poi ci sono Joy Rae e suo fratello Richie, la roulotte in cui vivono assieme a due genitori in perenne difficoltà, inadeguati quando si tratta di proteggere i propri bambini dalla cattiveria del mondo, che può nascondersi molto vicino, più di quanto si crederebbe.
Le storie di ognuno di questi personaggi si incrociano e creano una trama fitta, più dei precedenti romanzi della trilogia. Ma ciò che emerge è sempre quel tono piano e delicato che accompagna ciascuna di queste nel loro svolgimento.
Le vicende di Holt hanno un comune denominatore, che qui si rivela in tutto il suo insegnamento, ovvero la maturità che pervade ogni esistenza, nella convinzione che anche dinanzi ad una tragedia piangersi addosso è un passaggio a volte inevitabile ma nella maggior parte dei casi inutile; la bellezza risiede proprio nella capacità di rimboccarsi le maniche, reinventare se stessi e proseguire nel proprio cammino tra le strade desolate di una città che potrebbe essere dovunque.

Nello stesso momento, nella contea di Holt, Raymond era ormai completamente solo nella vecchia casa di campagna grigia. Non gli era rimasto nessuno con cui parlare. Iniziò a sentire la mancanza della ragazza non appena se ne fu andata. Gli mancava il fratello. Era come se non sapesse dove guardare o cosa pensare. Ogni giorno si sfiniva di lavoro e la sera tornava a casa esausto, troppo stanco per farsi da mangiare, quindi si scaldava del cibo in scatola. Fuori il vento soffiava costantemente e dagli alberi arrivava il canto degli uccelli, e di tanto in tanto si sentivano anche il muggito del bestiame e il nitrito improvviso dei cavalli, tutti rumori che arrivavano dai pascoli e dai recinti e di sera giungevano in casa. Raymond non aveva altro da ascoltare o a cui prestare attenzione. Non accendeva la radio. Alla televisione si limitava a guardare il notiziario delle dieci e le previsioni del tempo per l’indomani.

Mi piace pensare che ognuno di noi sia in grado, così come Raymond, di superare con enorme dignità le difficoltà che ineluttabili si riversano sulla nostra vita. E al termine di una trilogia che ha significato così tanto, non posso che restare con un sorriso, anche se solo accennato, e augurarmi che le vite di Raymond, Victoria, Guthrie, Dena, DJ, e di tutti gli altri proseguano nel loro quotidiano splendore anche se non ci sarà più nessuno a raccontarle.

Voto: 4/5

Canto della pianura, di Kent Haruf – Le recensioni

Canto della pianura
Kent Haruf
NN Editore, Trilogia della pianura
2015

Con Canto della pianura si ritorna nella cittadina di Holt, paese americano protagonista del primo dei tre libri della Trilogia della pianura, Benedizione. Sebbene i due libri siano stati scritti in anni diversi e Benedizione (che compare pubblicato come primo) sia in realtà l’ultimo dei tre ad esser stato scritto da Haruf, per la sottoscritta è inevitabile, per raccontarvi di questo, citarvi l’altro, non fosse che per i tratti che li differenziano.
Come ho già avuto modo di esprimere, Benedizione è un romanzo che si occupa di tematiche forti, legate ad una vita che sta per spegnersi, ad una fase di maturità cui inevitabilmente si giunge durante la vecchiaia. Ma è un libro delicato, nonostante le tematiche dolorose che narra; è un libro che parla di occasioni mancate, di rimpianti, ma lo fa in un modo straordinariamente nuovo per i miei occhi di lettrice: il tono è pacato, ma non rassegnato, è permeato da un’accettazione di fondo di un destino che, in un modo o nell’altro, tocca a tutti.
Canto della pianura è un libro diverso, per tantissimi motivi. Innanzitutto per la trama. Molti sono i personaggi di Holt di cui Haruf racconta, e ciascuno di loro ha un approccio diverso nei confronti della vita: perché in fondo è di vita vissuta che qui si parla. La storia di Victoria Roubideaux, diciassettenne che si trova ad affrontare da sola il peso di una gravidanza, è solo uno dei fili conduttori del libro. Il suo incontro inaspettato – e inizialmente indesiderato – con i fratelli McPheron è decisivo, per ciascuna delle parti coinvolte. Questi due uomini meritano un commento a parte, poiché risultano essere tra i personaggi migliori di cui abbia mai letto in qualsiasi libro, contemporaneo o meno che sia: contadini, allevatori, lavoratori da sempre, si imbattono in una chioma nera e in un pancione, e decidono di mettersi in gioco.

Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo lo sia. Non so. E neppure mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto neppure un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione.

Avrebbero potuto evitarlo, abituati come sono a ritmi scanditi dal lavoro, dalle mansioni, dai silenzi grazie ai quali riescono ad intendersi senza l’obbligo di parlarsi; eppure, nonostante tutto, rischiano e intraprendono un nuovo capitolo delle loro esistenze. La profonda dolcezza umana che trapela dalle loro storie è a tratti commuovente. Essa trapela da piccoli dettagli, da gesti che non possono passare inosservati.
Ma Canto della pianura non è solo questo. Continua quell’inesorabile racconto di una quotidianità che sembra libera da ogni tempo e ogni luogo, come sospesa in un mondo parallelo in cui esistono insegnanti, presidi, famiglie, bambini, bulli; un mondo in cui ciò che accade ogni giorno si incastra tra quello che è già successo senza sbavature; un mondo in cui si sbaglia, ma si va’ avanti.
Ho sicuramente trovato più confortante questo libro rispetto al primo, con degli orizzonti più alti. Kent Haruf regala una narrazione rarissima, mai fuori luogo, sempre esatta, che si parli di zootecnia o delle paure di una giovane donna.

Voto: 4/5

Ho paura torero, di Pedro Lemebel – Le recensioni

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Ho paura torero, sono solo tre parole, ma significano moltissimo. Sopratutto per lei, la fata dell’angolo, che nel momento in cui la incontriamo nella storia lascia alle canzoni il compito di descrivere ciò che sente. La sua storia è quella che tantissimi individui sono stati costretti a vivere: c’è il Cile, la dittatura di un Pinochet vessato dalla diarrea verbale di una moglie nevrastenica, c’è una casa che diventa un rifugio all’interno del quale riporre le speranze, c’è la mami Rana e la sua invidia bonaria. E poi c’è la fata, che non ha un nome, che Lemebel ama tratteggiare come una vamp piena di fronzoli, ma solo in apparenza: la fata è il ragazzo picchiato da un padre incapace di comprendere suo figlio e le sue fragilità; la fata è un uomo che ha imparato a guardarsi allo specchio senza soffrire più come prima; la fata è una donna innamorata e felice di esserlo. L’incontro con Carlos per i quartieri di Santiago è fatale. La fata lo accoglie nella sua vita, nella sua casa piena di cianfrusaglie, fingendosi frivola per non ostacolare i suoi piani. E Carlos, giovane ribelle e contestatore, conosce la fata e ne riconosce tutta la bellezza. Il loro patto silenzioso è magia nel romanzo.
Raccontarvi di questo libro è più difficile del solito, perché dentro ci sono dolore e sofferenza, ma senza alcun velo di tragicità. L’accettazione del dolore è il primo passo, dopo il quale c’è una vita sgangherata fatta di camere buie dell’io in cui l’illusione e la maturità si alternano in una danza pericolosa per i cuori che sono ancora in grado di battere.

Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellophane tiepido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino d’illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.

Sebbene sin dagli inizi si sappia quale sarà l’epilogo, la lettura non ne risulta in alcun modo oltraggiata. Anzi. Le metafore continue, quella prosa ricchissima di tutti i sensi, non fanno altro che caricare la storia della fata, un personaggio spettacolare.
Non mi capitava di imbattermi in una personalità così imperfetta e bella da tempo. Questo libro mi ha stregato. Adesso mi sento anche io un po’ fata.

Voto: 5/5