Follia, di Patrick McGrath | la recensione

Follia di Patrick McGrath è l’ultimo romanzo che ho praticamente divorato nel giro di pochissimi giorni. È edito da Adelphi, che l’ha pubblicato nel 1998 (la mia edizione è invece del 2012).

Follia

Lo psichiatra Peter Cleave narra la triste vicenda di Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, Max, e di quello che le capitò a partire dal momento in cui assieme alla sua famiglia si trasferì nella tenuta del manicomio criminale in cui i due medici lavoravano.

Le parole iniziali del narratore, onniscienti poiché a conoscenza dei fatti verificatisi, hanno un effetto molto particolare sul lettore. La convinzione, dichiarata nell’incipit, dell’infausto destino che coglierà la protagonista, rende il lettore quasi distaccato, poiché già a conoscenza del fatto che leggerà, ponendolo quindi su un piano di superiorità rispetto alla vicenda. È come se gli venisse data l’autorizzazione a guardare la storia con distacco, l’autorizzazione a giudicare i suoi protagonisti.

Quando si trasferiscono nella tenuta riservata al vicedirettore del manicomio inglese, Stella entra a far parte dello scenario del dottor Cleave, il quale inizia a conoscere quella famiglia e a impararne pregi e difetti. La relazione su cui si fonda il matrimonio di Stella con suo marito è probabilmente una fra le tante: un uomo dedito al lavoro, che punta a diventare il direttore della struttura; privo di fantasia, un uomo dal quale non ci si può aspettare nulla di più di quello che lui concede con parsimonia. Stella è invece una donna bellissima, dai biondi capelli e l’incarnato chiaro; spicca sugli altri, colpendoli.

La routine che va a instaurarsi nel manicomio dopo il loro arrivo è decisamente sconvolto da Edgar Stark, detenuto in semilibertà, rinchiuso lì dentro per aver ucciso sua moglie e averne poi devastato il corpo. Edgar è un artista, un uomo brillante, intelligente, e molto furbo. La padronanza di se stesso, nonostante la malattia mentale, lo pone su un piano diverso rispetto agli altri pazienti del manicomio – questo Peter lo sa bene.

Quando gli viene affidato il compito di occuparsi dei lavori di ristrutturazione del giardino della tenuta dei Raphael, l’uomo incrocia la sua strada con quella di Stella. Prima un semplice saluto, poi una conversazione, e un’altra ancora: fra i due va a crearsi un’intimità che nessuno approverebbe, considerando che si tratta pur sempre di un paziente e della moglie del vicedirettore. Eppure, come sospinti entrambi da una attrazione che possiamo ben definire fatale, i due proseguono (accorti ma non troppo) nel tessera una trappola a regola d’arte.

Galeotto è il ballo, che ogni anno viene organizzato e per i pazienti del manicomio e per il suo personale. Il contatto fisico fra Stella e Edgar è una scintilla. Da questo momento in poi non si può più tornare indietro.

Scena del film Asylum, trasposizione cinematografica di Follia

La relazione proibita che nascerà tra i due ha tutte le caratteristiche dell’ossessione amorosa, passionale e tumultuosa, che non guarda ai rischi come un pericolo da scansare a tutti i costi, ma come l’ovvia interferenza di un amore che deve esprimersi ad ogni costo.

È impossibile non pensare alle conseguenze di questo rapporto, non può non pensarci Stella, che ha pur sempre una famiglia, un figlio; non può non pensarci il dottor Cleave, che conosce il suo paziente e le sue doti affabulatorie; non può non pensarci il lettore, che sa benissimo cosa sta per succedere.

Nonostante il dramma che si consuma nel corso di tutto il romanzo, però, ho avuto non poche difficoltà a instaurare una sorta di empatia coi suoi sciagurati protagonisti. Invece che temere per le sorti di Stella, l’ho guardata quasi con disprezzo rovinarsi con le sue stesse mani pensando “Sapevi a cosa andavi incontro, e l’hai fatto comunque”. Le scelte che fa non possono essere appoggiate nel nome di sentimenti oscuri e profondi, no. Neanche davanti alla tragedia, al precipitare della situazione, sono riuscita a comprenderla.

Così come non ho compreso il dottor Cleave, colui che avrebbe potuto intervenire e riparare il riparabile e ha invece permesso che si consumasse davanti ai suoi occhi quello sfacelo disperato di uomini e donne che tanto gli stavano a cuore.

Il romanzo mi ha molto colpito, in un modo nuovo per me, dal momento che non ho instaurato alcun legame coi suoi personaggi. La scrittura di McGrath è stata eccezionale sotto questo punto di vista. Per quanto asettica, è in grado di coinvolgerti all’interno della narrazione dall’inizio alla fine. Probabilmente, contribuisce molto l’esperienza personale dell’autore, il cui padre lavorò come psichiatra presso il manicomio criminale di Broadmoor, dove McGrath trascorse tutta la sua infanzia.

Un libro forte (odio questo aggettivo in riferimento alla letteratura, ma mi pare calzante), che svela la patologia mentale vivisezionandola con cura chirurgica. Consigliatissimo.

Voto: 4/5

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La stanza di Therese, di Francesco D’Isa | la recensione

Il libro di cui vi parlo oggi è La stanza di Therese, di Francesco D’Isa, edito da Tunué. La lettura, vi dico sin da subito, si è rivelata per me particolarmente ostica, quindi proverò a spiegarne le caratteristiche che ai miei occhi si sono tramutate in pecche.

La stanza di Therese

Il plot di base è piuttosto semplice: Therese, giovane donna ossessionata dal trascendente e dal filosofico, sceglie in totale autonomia di rinchiudersi in una stanza d’albergo, senza dare a nessuno indicazioni sul luogo in cui si trovi. Qui proverà a discernere ogni riflessione e ragionamento che da anni la torturano in qualcosa di più “concreto”.

Durante la reclusione volontaria, scrive una lettera a sua sorella: è proprio la lettera il contenuto del libro che leggiamo. In una prosa che alterna la confessione alla speculazione filosofica e matematica, entriamo in possesso di alcune informazioni che riguardano la protagonista. Un incidente, subito in età adolescenziale; il rapporto conflittuale con sua sorella, il dualismo che da sempre le ha poste in competizione. E, ancora, stralci di esperienze ormai passate che continuano però a condizionare l’esistenza di Therese.

Le lettere a sua sorella si arricchiscono quindi, così come nella realtà faremmo col nostro diario, di ritagli di pagine, di disegni ecc, che danno un’idea dello stato mentale della protagonista, ossessionata dai numeri, dal concetto di infinito, dal limite delle cose e dal concetto di limite che di per sé la confonde. Si arricchiscono anche di note che la sorella di Therese, di volta in volta, scrive a margine e in cui annota tutte le contraddizioni del suo discorso (è l’unico modo che ha di comunicare con lei).

La stanza di Therese

Dunque, posta in questo modo la questione porrebbe il suddetto libro nella categoria – che mi sto chiaramente inventando su due piedi – degli “originali con stile che vogliono veicolare un messaggio ma in maniera velata”. Beh, posso dichiarare a chiare lettere di non aver assolutamente inteso che tipo di messaggio l’autore abbia voluto trasmettere al lettore, sempre che ce ne sia stato uno (è ovvio). D’altronde, lo dice la stessa protagonista:

“Non sono né la prima né l’ultima che si avventura in un discorso il cui esito sembra collimare con l’annullamento del messaggio”.

Non sono riuscita a capire perché Therese si sia rinchiusa in quella stanza, che tipo di trauma l’abbia resa quasi costretta ad una scelta così radicale. Per non parlare di tutte quelle elucubrazioni sulla matematica e sulla filosofia, sul concetto di infinito e di limite, che ai miei occhi da inesperta del campo hanno soltanto confuso le idee facendomi incespicare ad ogni paragrafo.

Non sono mai soddisfatta quando mi sento costretta a “stroncare” un libro, sono semplicemente una lettrice come ce ne sono tante in giro, non ho competenze critiche se non quelle che mi ha offerto finora la mia esperienza. Ma mi domando perché ci si debba ad ogni costo complicare la vita in letteratura. Non dico assolutamente che l’autore abbia sbagliato tutto, non conosco la sua originale intenzione di scrittura e non mi permetto di metterla in discussione in maniera superficiale. Ma ho avuto davvero moltissime difficoltà a portare a termine il romanzo (probabilmente la dicitura sarà errata) ed è un peccato, considerato che ero stata persuasa ad acquistarlo dopo aver letto soltanto le prime due righe della fascetta.

Mi piacerebbe confrontarmi con chi ha già avuto modo di leggerlo, chissà che possano saltarmi all’occhio aspetti che nella mia prospettiva ho del tutto ignorato. Ma intanto il mio giudizio resta questo.

Voto: 1/5

WWW… Wednesday!

Buon pomeriggio lettori! Ho deciso che d’ora in poi anche io parteciperò al WWW che ogni settimana impazza sul web.

Allora cominciamo con la prima W:

· What are you currently reading? Che cosa stai leggendo?

Il libro in questione è IT, di Stephen King. Mi rendo conto di essere decisamente in ritardo coi tempi, considerato che il libro fu pubblicato nel 1986. Ma in queste ultime settimane molti lettori hanno ripreso in mano questo tomo ingombrante (sono più di 1200 pagine) in vista – io credo – dell’uscita di un nuovo rifacimento cinematografico ispirato alla storia raccontata da King.

Si narra la storia di alcuni strani e terribili accadimenti che coinvolgono la sconosciuta cittadina di Derry, nel Maine. Scomparse sospette di giovani ragazzi e bambini, ritrovamento di morti smembrati quasi sempre in corrispondenza della rete fognaria: tutto è la testimonianza di una presenza, quella di Pennywise, il pagliaccio che ha terrorizzato generazioni di ragazzi.

Non ho letto molto, in verità nelle prime duecento pagine l’autore è ancora alle prese con la presentazione di tutti i personaggi coinvolti nella storia. Ma ammetto che sono accattivata e non vedo l’ora di entrare nel vivo della vicenda.

· What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?

L’ultimo libro letto è Follia, di Patrick McGrath. Un libro che mi è molto piaciuto e di cui vi parlerò presto sul blog (una recensione nei prossimi giorni).

Protagonista è Stella, moglie del vicedirettore di un manicomio, e del suo amore fatale per un paziente della struttura. Sebbene non sia riuscita a provare simpatia per i vari protagonisti, che ho anzi detestato a tratti per l’ipocrisia e la scelleratezza che hanno dimostrato, ho trovato la storia molto intensa, e scritta meravigliosamente dalla penna di McGrath.

· What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?

Rispondere a questa domanda è per me estremamente difficile, perché ho a disposizione sempre una vasta scelta fra titoli molto validi e resto indecisa fino all’ultimo. Penso però che con molta probabilità la scelta finale ricadrà su Un complicato atto d’amore, di Miriam Toews.

La protagonista è Nomi Nickel, ragazza che vive in una landa desolata e sperduta delle praterie canadesi. Il silenzio qui è assordante, pare che la vita abbia subito come una sospensione, scandita soltanto dai ritmi imposti da una sorta di setta religiosa da cui la giovane tenta di sottrarsi.

Il libro è stato acclamato sia in Italia che all’estero, e io sono davvero curiosa di leggerlo.

E voi? Rispondete con un commento con il vostro WWW della settimana!

L’insana improvvisazione di Elia Vettorel, di Anemone Ledger | la recensione

Il libro di oggi è un thriller-horror. È la prima volta che mi cimento in un libro di questo genere, ma vi dirò che l’esordio è stato convincente.

Oggi vi parlo di un libro molto particolare. Si tratta de L’insana improvvisazione di Elia Vettorel, scritto da Anemone Ledger, edito da Ermes.

L'insana improvvisazione di Elia Vettorel

Il genere in cui possiamo inserire il libro è sicuramente quello del thriller-horror, di cui non mi definisco un’accanita lettrice – non è tra i miei preferiti – ma che mi ha molto colpito.

Ma andiamo con ordine. Protagonista è appunto Elia Vettorel, che ci viene inizialmente presentato ormai adulto e a colloquio con uno psichiatra all’interno di un carcere.

La personalità di Elia si rivela complessa, e non serve molto a capire che quest’uomo si è macchiato di un crimine terribile che evidentemente va ricondotto alla sua malattia mentale.

Ai colloqui che regolarmente lo vedono a confronto col terapeuta, si alternano lunghissimi excursus sulla vita di Elia, soprattutto del periodo in cui, bambino, era ospite di un orfanotrofio. Il protagonista riporta quindi, all’interno di quello stanzino angusto, la sua personale ricostruzione dei fatti della sua vita. Un’infanzia difficile, certo, come lo è quella di tutti i bambini cresciuti senza l’affetto di una famiglia; le severe leggi dell’orfanotrofio, che non possono essere in nessun modo dribblate senza essere puniti; i compagni cattivi e crudeli, capaci di insultarti e isolarti accelerando quel processo di estraniamento sociale dagli altri che porterà a terribili conseguenze, come vedremo.

I racconti degli anni dell’orfanotrofio permettono di ricostruire la figura di un bambino diverso dagli altri, incapace di reagire razionalmente alle malefatte altrui, che si rifugia in un mondo che gli dà conforto ma da cui è impossibile uscire una volta entrati. Quando attorno a te vedi solo nemici, si innesca un effetto domino che diventa pressoché inutile fermare. Elia adulto riconduce a quegli anni le cause di quello che gli accadrà in futuro.

Parallelamente, l’autrice sceglie di svelarci altri lati della medaglia, alcuni dei quali vengono ignorati addirittura da Elia stesso. Conosciamo così la famiglia di Elia, entriamo in possesso delle informazioni che ci servono per capire come Elia sia arrivato in orfanotrofio, la situazione devastante di sua madre, quel mostro che era stato suo padre. Ricomponiamo a poco a poco un quadro che è inquietante, che fa paura.

Man mano che si procede col racconto la situazione si fa sempre più fuori dal controllo: sta perdendo il controllo sua madre, quando sceglie di portare via Elia da quella casa; sta perdendo il controllo Elia in orfanotrofio, quando reagisce al suo compagno Marco che lo sta torturando con gli insulti; sta perdendo il controllo Elia ragazzo, quando si trova lì lì per commettere il crimine efferato per cui si trova in carcere; sta perdendo il controllo l’Elia adulto che ritroviamo durante la narrazione quando parla con lo psichiatra.

La follia è un guizzo improvviso e quasi creativo, ed Elia ne è il testimonial d’eccellenza. In lui si racchiudono tutte quelle forme di disturbo mentale che sono destinate a manifestarsi nel modo più pericoloso possibile.

L'insana improvvisazione di Elia Vettorel

Mi sento di consigliarvi questo libro, specie se siete appassionati del genere, perché vi terrà incollati alle pagine. Ho letto tutto quasi con foga, per capire come sarebbero andate le cose. Chiaramente non ve lo dirò, ma vi basti quello che ho svelato finora.

Voto: 4/5

Dracula di Bram Stoker | la recensione

Dracula di Bram Stoker è uno dei classici della letteratura gotica. Scritto nel 1897, pone al centro la figura di un vampiro – Dracula, appunto – che agisce meschinamente appropriandosi della vita di giovani donne perlopiù, al fine di assoggettarle per sempre al suo potere.

Dracula

La storia di Dracula è nota a tutti, ed è stata poi nel tempo ripresa e snaturata per lasciare spazio a saghe pseudo letterarie e a serie tv contemporanee. Ma il romanzo restava per me un grande interrogativo, ragion per cui mi interessava capire da dove fosse partito tutto.

Il libro è sviluppato a partire dalle lettere e dai diari che i protagonisti della storia di volta in volta compilano, per monitorare una situazione potenzialmente pericolosa per loro stessi o per gli altri. In principio, Jonathan Harker, giovane avvocato inglese, si reca in Transilvania per curare l’acquisto di un’abitazione a Londra da parte di un conte.

I presagi nefasti accompagnano sin da subito il suo arrivo in quelle terre lontane e nel castello del conte Dracula. Presto, Jonathan realizza che l’uomo con cui ha a che fare non è ciò che sembra, e che la sua casa diventerà presto una prigione. Il conte è un terribile mostro, spietato negli intenti e nelle azioni.

Dracula

Dall’altra parte, iniziamo a conoscere altri personaggi. Mina Murray, promessa sposa di Jonathan, e la sua fedele amica Lucy Westenra. A fianco di queste due donne, si riconoscono altre figure: tre uomini, tutti e tre pretendenti di Lucy. Il dottor Seward, che dirige un manicomio e che conosciamo mentre ha a che fare con un paziente molto particolare. Quincey Morris, della cui caratterizzazione Stoker è evidentemente poco interessato, ed infine Arthur Holmwood, che diventerà il fidanzato di Lucy.

Nel periodo di lontananza dal suo fidanzato, Mina si trasferisce da Lucy, iniziando ad assistere ad una serie di strani fenomeni che la riguardano. Sonnambulismo, svenimenti, segni sul collo, deperimento, pallore. Lucy è chiaramente una vittima di Dracula e va aiutata ad ogni costo.

La preoccupazione sulla salute della sua amica si aggiunge alla preoccupazione per l’assenza di notizie da parte di Jonathan.
Mina verrà a sapere soltanto in un secondo momento che il suo futuro marito si trova in realtà a Budapest, dove è giunto dopo essere scappato dal castello del conte Dracula in uno stato psichico a dir poco pietoso.

I segnali riguardo alla presenza di un’entità scientificamente inspiegabile vanno ad accatastarsi e trovano un suo conoscitore in un altro personaggio: il dottor Van Helsing, collega e amico di Seward e da lui stesso chiamato in Inghilterra perché intervenga in favore della giovane, che imperversa ormai in uno stato di salute pietoso.

Non approfondirò ulteriormente con la trama, che mi piacerebbe non venisse del tutto svelata dalla sottoscritta, ma è inevitabile la volontà da parte mia di raccontarvi cosa non mi ha colpito di un libro che deve pur avere qualche valore dal momento che viene considerato un baluardo letterario.

Innanzitutto, la trovata stilistica delle lettere e dei diari, poco appropriata per una storia che in linea di principio dovrebbe essere incalzante per il lettore, che dovrebbe tenerlo sulle spine. Questo affidare a dei resoconti l’intero romanzo l’ha come privato della sua essenza stessa. In secondo luogo, pur ammettendo che il libro sia stato scritto più di un secolo fa, quando l’uomo comune (e quindi il lettore comune) non era stato per così dire sovraccaricato di storie vampiresche, trovo alcuni dettagli inconcepibili, privi di qualsiasi coerenza narrativa. Mi spiego: quando tutti i protagonisti conoscono fin troppo bene il loro nemico e stanno cercando di ostacolarne l’operato, ci sono dei segnali preoccupanti che riguardano la povera Mina, vittima a sua volta di Dracula. Trovo assurdo che Stoker non dia a nessuno dei suoi uomini l’intuito per comprendere che il nemico sta agendo sotto i loro occhi proprio mentre cercano di fermarlo.

I dialoghi tra i protagonisti: ridondanti, banali. Spesso non si dicono nulla, se non rassicurazioni bonarie su tempi migliori che arriveranno. Ed infine, il finale. Un finale che promette apocalittici scenari e che, invece, si conclude con una nota positiva, troppo positiva viste le premesse lasciate qua e là in tutto il romanzo.

Spero di non aver oltraggiato nessuno, mi rendo conto che il giudizio troppo critico possa offendere i più fanatici. Ma, si sa, de gustibus.

Voto: 2/5

Lo schiavista, di Paul Beatty | la recensione

So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato

L’incipit, con cui questo libro è stato sponsorizzato più volte, è quello de Lo Schiavista, romanzo di Paul Beatty, pubblicato lo scorso anno in Italia da Fazi editore.

Lo schiavista

A parlare è il protagonista, chiamato Bonbon, afroamericano che si ritrova ad attendere il giudizio da parte della Corte Suprema. A partire da questa scena iniziale, l’autore sceglie di riavvolgere il nastro per dare a noi lettori una ricostruzione tutta particolare delle ragioni che hanno condotto quell’afroamericano lì.

Bonbon è di Dickens, ghetto alla periferia di Los Angeles, in cui vigono le regole di ogni ghetto in America. La discriminazione razziale vige aldilà di ogni conquista acquisita nel tempo, all’interno delle comunità regna la legge del più forte e tocca trovare sempre vie d’uscita non convenzionali per avere la certezza di tornare a casa sani e salvi. Bonbon ha ricevuto un’educazione molto diversa dagli altri, cresciuto com’è stato da un padre esperto sociologo che ha utilizzato suo figlio come cavia per una serie di esperimenti che avrebbero dovuto migliorare le condizioni di vita di Dickens e dei suoi abitanti.

Proprio per il suo mestiere, suo padre veniva spesso chiamato a risolvere le controversie che andavano a crearsi fra i neri del quartiere. Ma, quando durante una di queste sedute a domicilio viene ucciso, lascia una sorta di eredità a Bonbon, il quale è costretto a fare i conti con un altro fatto: Dickens viene cancellata dalle carte geografiche.

Il romanzo si sviluppa così mettendo in scena il teatrino del suo protagonista, il quale armato delle migliori (o forse peggiori) intenzioni, vuole assolutamente riportare Dickens sulle cartine. I suoi tentativi di ridare vita a Dickens e dignità alla sua popolazione si confronta con una serie di personaggi strambi – immaginate uno dei componenti delle Simpatiche canaglie che si rifiuta di essere libero e vive come uno schiavo pur non lavorando mai – e con una realtà fatta di ignoranza, egocentrismo, illegalità, a tratti anche follia.

Tutta questa trama avrebbe ragione d’esistere se non avesse dato, come dire, per scontato un fatto fondamentale: che il lettore comune conoscesse la realtà subculturale afroamericana e che potesse quindi cogliere le migliaia di citazioni di cui il libro è impregnato. Citazioni dovunque, in ogni pagina, dalla musica alla letteratura alla politica allo sport alla cronaca. Il livello culturale che questo libro presuppone, perché possa essere fruito al meglio, è troppo alto, lo è per me almeno.

Il risultato è che procedendo con la lettura sono stata infastidita ogniqualvolta alla storia di Bonbon si privilegiavano periodi interi di riferimenti a fatti o cose o persone che non potevo neanche immaginare esistessero. Sicuramente le mie lacune culturali non possono inficiare il valore di un libro, questo è chiaro, però ritengo che l’ostentazione intellettualistica fine a se stessa sia destinata a morire se non è in grado di trovare un punto di incontro con gli altri.

La storia ha del paradossale, e ritengo che proprio per questo sarcasmo perenne e tagliente sia stato poi osannato dalla critica. Io non ne sono stata catturata, ho incespicato per abbracciare il punto di vista del protagonista, per rendere credibile ai miei occhi una storia che invece mi è parsa priva di senso.

Paul Beatty, Lo schiavista
Paul Beatty, l’autore

Insomma, con estremo dispiacere avrete capito che Lo schiavista di Paul Beatty non mi ha colpita, nonostante l’abbia tanto desiderato sin dalla sua uscita. Qualcuno di voi l’ha letto? Mi piacerebbe molto confrontarmi con pareri diversi dal mio!

Voto: 2/5

La biografa, David Constantine | la recensione

C’è stato un momento di silenzio, che per entrambe le donne ha avuto un tono meditativo. Poi la dottoressa Gracie dice: Mi dica cosa teme di più, Katrin. Mi parli delle sue peggiori paure. Katrin non esita un istante a rispondere. La prima è che anch’io possa avere il cancro come Eric. La seconda è che la mia vita non sia stata niente fino a quando non ho incontrato Eric e sia tornata a essere niente ora che è morto. Si ferma. Poi aggiunge: E che in realtà, anche quando lui era vivo e io lo amavo e lui mi amava, anche tutta questa parte di vita non abbia avuto molto valore in confronto alla vita che lui aveva vissuto prima che ci incontrassimo.

Katrin è la protagonista del libro di David Constantine La biografa, pubblicato da Nutrimenti e in libreria da luglio 2017. Dopo la morte di suo marito Eric Swinton, Katrin si ritrova sovrastata da un senso di vuoto e di perdita che le appaiono incolmabili. Imparare a gestire la propria vita senza l’uomo con la quale si era intenzionati a trascorrerla per sempre è un trauma per lei – per tutti – ingestibile.

la biografa

Katrin è una scrittrice, e più precisamente una biografa: ha dedicato la sua carriera a raccontare la vita di personaggi del romanticismo europeo poco noti ai più, dei quali ha svelato luci e ombre. Davanti al lutto, prende una decisione controversa, quella di scrivere la biografia di Eric, di riportarne a galla la vita di suo marito, quella cui lei non avrà mai accesso e che potrà rivivere soltanto attraverso il carteggio che egli ha conservato col passare degli anni e i brevissimi racconti fatti quando era ancora in vita.

Katrin si ritrova in mano uno spaccato di vita così determinante per Eric che inizia a credere di aver contato poca cosa per lui rispetto a quelle esperienze, a quei ricordi, a quelle persone. Districandosi tra oggetti dimenticati, biglietti dei treni, ticket di cinema, francobolli, cartoline, lettere, racconti di un intimo amico di Eric, Katrin inizia pian piano a ricostruire gli anni in cui suo marito era solo un ragazzo, carico di sogni e intenzionato a non rispettare le regole sociali imposte dalla sua famiglia per inseguire una passione più grande: andare a Parigi, stare con Monique, godere a pieno di ogni occasione.

La ricostruzione di quegli anni tormentati è la ricostruzione dell’elaborazione del lutto, ma corrisponde anche alla distruzione di tantissime certezze che Katrin credeva di aver custodito grazie al suo matrimonio.

La biografa è un libro intimista, delicato; quel viaggio attraverso le lettere ha rappresentato un vero percorso di purificazione, in cui bisogna abbandonare ogni indugio e prendere coscienza della finitezza della vita. Un velo malinconico pervade il romanzo, conferendogli un non so che di impalpabile, come se lo studio dove Katrin ha raccolto tutto il materiale che le servirà per la biografia fosse collocato in uno spazio-tempo parallelo a quello in cui viviamo tutti i giorni.

La scrittura di Constantine è dolce, ma non per questo scialba. Anzi. I racconti delle esperienze parigine di Eric sono appassionati e nostalgici insieme, e ogni parola è al posto giusto, senza mai esagerare.

Vi consiglio questo libro perché lascia spazio alla riflessione su chi siamo oggi e su chi siamo stati, su chi volevamo essere e su chi ha incrociato – per quanto tempo non conta – il nostro percorso.

Voto: 4/5