Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood | la recensione

La storia di una donna è la storia di tutte le donne. Un romanzo che non lascia spazio alla speranza.

Il racconto dell’ancella è il romanzo di Margaret Atwood del 1985, pubblicato in Italia da Ponte Alle Grazie. Grazie alla serie tv ad esso ispirata (che non ho ancora avuto modo di vedere), è diventato uno dei libri più chiacchierati dell’anno.

Il romanzo rientra nella categoria dei distopici, rappresentando uno scenario in cui in Nord America vige un regime totalitario che ha a disposizione tutti i mezzi ritenuti necessari per perseguire i propri scopi. Dovendo far fronte ad una mancanza di nascite, ricorre alle donne come semplici mezzi di procreazione, servendosene a proprio piacimento.

I Comandanti, al vertice della piramide del potere, ricorrono quindi alla figura delle Ancelle per sopperire alla sterilità delle proprie Mogli. La protagonista di questa storia è proprio una delle Ancelle, che ci viene presentata al suo arrivo in una nuova casa, sebbene non abbia nulla di accogliente, e rigorosamente vestita in rosso (come una lettera scarlatta che indichi la sua funzione). La sua routine, cadenzata da commissioni ordinarie come fare la spesa, è vissuta con un senso di profonda solitudine. Pare che tutti siano in diritto di giudicare le sue scelte – le sue vesti – privandola di qualsiasi rapporto umano. Neppure le Marte, donne cui spettano le faccende domestiche, dimostrano una qualche forma di umanità nei suoi confronti.

Il racconto dell'ancella

Nel vuoto della propria stanza, le cui finestre sono sbarrate per evitare che le Ancelle tentino il suicidio, la protagonista ripercorre, talvolta confusamente, il proprio passato: ricordi di una vita che pare lontana anni luce. Il trauma della perdita, il senso di impotenza, la totale mancanza di speranze per il futuro popolano la sua mente, che si aggrappa anche ai più insignificanti dettagli per andare avanti. È durante uno di questi tentativi che Difred scopre una scritta, incisa nell’armadio, che recita: Nolite te bastardes carborundorum.

Il significato di questa frase, di cui Difred entrerà in possesso soltanto in un secondo momento della storia, è indicativo di uno dei motivi portanti di quest’opera: nonostante le angherie, la privazione di libertà, l’annullamento di ogni diritto, esiste una spinta impercettibile ma costante a non piegarsi ai soprusi, a resistere.

Purtroppo, però, la speranza diventa ben poca cosa rispetto alla vita. Una vita in cui la donna è costretta a copulare con il proprio Comandante per generare un figlio che diverrà il suo modo per sopravvivere, anche se la sopravvivenza vuol dire perpetrare quel sistema per non essere targata una NonDonna.

Il racconto dell'ancella

Quando ho iniziato a leggere questa storia, la prima reazione è stata di rifiuto e disprezzo per quanto leggevo. Dinanzi a tanta bruttezza umana, respingere è la prima mossa; ma, man mano che sono entrata all’interno delle dinamiche del racconto, ho realizzato quanto poco fossero lontane quelle storie da tanti fatti di cronaca di cui si popolano le nostre giornate, oggi.

Ho compreso con sguardo lucido che ogni gesto cui assisto nelle mie giornate è ancora permeato dal sistema patriarcale e maschilista d’un tempo, ho realizzato che ogniqualvolta uno sponsor noto sceglie di pubblicizzare i propri prodotti suggerendo ad un uomo l’acquisto di un gioiello piuttosto che un ferro da stiro per la propria donna continua a mortificare tutte le donne, sebbene velato da strass e campagne pubblicitarie.

È per questo che Margaret Atwood ha fatto un lavoro degno di nota, aldilà delle polemiche sterili che può aver suscitato. Scopo della letteratura non è soltanto intrattenere e sollevare gli animi. La letteratura ha il compito di smuovere qualcosa, di puntare le luci su un aspetto della vita che ritiene meritevole di una riflessione. Il racconto dell’ancella, nella brutalità di abitudini che tutte le donne hanno interiorizzato per sopravvivere, è un libro di enorme utilità, perché talvolta è necessario esasperare le criticità presenti per ottenere una reazione. Aldilà degli aspetti stilistici, che pure mi hanno colpito, ciò che è più importante è che la storia di Difred è il risultato della degenerazione di tempi di cui facciamo ancora parte.

Quindi vi consiglio di leggerlo e di dargli una possibilità.

Voto: 5/5

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IT, Stephen King | la recensione

In occasione dei settantanni di Stephen King, ho scelto di convertirmi a uno degli autori più amati di sempre. Con risultati poco soddisfacenti, però.

IT è il capolavoro di Stephen King pubblicato per la prima volta nel 1986 e diventato un cult, nonostante la vita relativamente breve del romanzo.

IT

Ultimamente se ne sta parlando molto, soprattutto per l’imminente uscita di un nuovo rifacimento cinematografico ad esso ispirato. Ho deciso così di prendere questo impegno, nonostante la sua mole. La mia edizione conta 1238 pagine, mica bruscolini insomma.

La storia raccontata è quella di sette ragazzi. Vivono a Derry, nel Maine, e conducono delle esistenze abbastanza ordinarie. Ciascuno di loro ha a che fare con problemi tipici della loro età, come l’evitare di trovarsi faccia a faccia con il bullo della scuola, il trascorrere del tempo e la necessità di trovare un modo di impiegarlo, le prime cotte, ecc.

Peccato che Derry non sia la tipica cittadina americana: essa cela una natura oscura, che allunga i suoi artigli su giovani vittime depredandole della loro stessa giovinezza. Si tratta di IT, o Pennywise, la cui prima manifestazione nella storia avviene nel 1957. Il piccolo Georgie Denbrough, in una piovosa giornata di ottobre, sta giocando con una barchetta che suo fratello Bill gli ha fabbricato, facendola correre lungo i fiumiciattoli che si sono creati lungo la strada a causa della pioggia. Mentre cerca di recuperare la barca, finita in un tombino per la corrente, viene chiamato da It, il quale lo attira a sé in una morsa mortale.

Nel 1958, per sfuggire al bullo Henry Bowers, Ben Hanscom capita nelle lande dei Barren, in riva al Kenduskeag. Qui fa la sua conoscenza con Bill, la cui balbuzie lo precede, e con Eddie Kaspbrak e il suo inalatore.

A loro si uniscono Stan Uris, Richie Tozier, Beverly Marsh e, per ultimo, Mike Hanlon.

Ciascuno di loro ha avuto un assaggio di IT, un incontro ravvicinato con lui, e la consapevolezza che quel gruppo – il club dei Perdenti, come viene chiamato – si sia composto per una ragione e non per caso è comune.

Stephen King non è l’ultimo degli scrittori, e il fatto è lampante per due ragioni di motivi. La prima riguarda la struttura del romanzo. King orchestra una storia che si svolge, parallelamente, tra 1958 e 1985. Propone quindi, da una parte, le vicende che interessarono dei ragazzini spaventati eppure uniti da una forza invisibile contro It; dall’altra, degli uomini e donne cresciuti, adulti, con famiglia (alcuni) e una carriera ben affermata (quasi tutti) che si ritrovano a Derry dopo tutti quegli anni in virtù di una promessa fatta da piccoli di cui non ricordano praticamente nulla.

Se le cose restassero su questo piano, non ci sarebbe da sorprendersi. Ma King complica ulteriormente le cose scompigliando l’ordine di narrazione, inserendovi elementi e fatti che lui solo sa saranno utili alla storia ma che inevitabilmente confondono un lettore che si trova davanti un tomo di quelle dimensioni.

Insomma, racconta i fatti secondo una logica tutta particolare, dando per scontato che chi sta leggendo arriverà alla fine per capire ogni elemento e riporlo al suo posto. Su questa stessa linea d’onda, non svela mai ciò che invece il lettore brama di sapere. Fino all’ultimo capitolo c’è qualcosa che si è riservato di celare, e la cosa è allo stesso tempo snervante e geniale.

L’altra ragione di cui parlavo è invece più legata alla lingua, allo stile. Pur non avendolo letto in originale, la traduzione mi è bastata per capire la grandissima padronanza della lingua che possiede. Tutto è descritto nei minimi particolari, di una descrizione vivida e realistica e totalizzante. Devo ammettere che, pur riconoscendone il talento, spesso questo zelo di dettagli ha rallentato la mia lettura.

La storia di Derry e delle sue creature si sviluppa per cicli temporali, così come la narrazione. A scene di ilarità generale si alternano scene piene di ansia e tensione.

Però – mi spiace, ma c’è un però – non sono stata catapultata nella storia. Originale, commovente, è una storia che parla di fragilità, di paura, di sentimenti come l’amicizia, di apparenze a discapito della verità: tutti temi che mi stanno molto a cuore e che in letteratura mi catturano. It non mi ha catturato, non mi sono mai sentita coinvolta al 100% nella vicenda, e di questo sono molto rammaricata ma non me ne meraviglio neanche.

Ho trovato inutili alcuni degli episodi raccontati, hanno rallentato l’andamento del libro impedendomi di seguirne a pieno lo svolgimento.

Insomma, un gran libro che non mi ha fatto dire “Wow!“. E un po’ desideravo dirlo, dopo tutta quella fatica per leggerlo.

Voto: 3/5

Un accordo maggiore in sottofondo, Ugo Cirilli | la recensione

Il libro di cui vi parlo oggi è Un accordo maggiore in sottofondo, di Ugo Cirilli. Un romanzo insolito, eppure così vicino al lettore.

 

Un accordo maggiore in sottofondo

Romanzo insolito perché racchiude, al suo interno, parole e musica. Ebbene sì. Non mi ero mai imbattuta in un libro così “sperimentale” ma al tempo stesso normale. Ma mi spiego subito.

Stefano B., in apertura, dichiara di essere l’autore di un diario in cui proverà a raccontare la sua vicenda, in un percorso di analisi che l’ha aiutato in un momento molto difficile della sua vita.

Il romanzo si sviluppa quindi come il resoconto che il protagonista fa di se stesso, attraverso considerazioni sulla propria condizione psicologica e racconti della sua vita, fra sbagli ed errori.

Nel tempo della narrazione, Stefano si trova all’interno di una clinica in cui vengono solitamente “spedite” quelle personalità appartenenti al mondo dello spettacolo che hanno subito una sorta di crollo emotivo/nervoso, che devono quindi superare.

Intenzionato ad uscire da questo impasse, Stefano intraprende il racconto della sua vita da ragazzo, delle prime amicizie, del suo primo gruppo musicale, del primo amore, delle prime delusioni. Questo si rivela necessario per capire cosa gli sia capitato e perché sia stato addirittura ricoverato in una clinica.

Per tutta la narrazione il lettore è quindi attento ad accumulare indizi che gli sono necessari per capire lo stato delle cose (e devo ammettere che i riferimenti velati a “momenti fatidici” per la vicenda da parte dell’autore contribuiscono in questo senso).

Emerge una personalità che io definirei pura, di chi non è stato contaminato (non ancora, perlomeno) dalla cattiveria del mondo, di chi spera che il talento, o la generosità, o la lealtà verranno ricompensate, prima o poi. È chiaro che questi desideri debbano scontrarsi con una realtà tutt’altro che magnanima, pronta a fagocitarti non appena abbassi la guardia.

 

Un accordo maggiore in sottofondo

 

E Stefano lo scoprirà sulla propria pelle. Incappato in un successo ai suoi occhi inaspettato, percorrerà un viaggio di scoperta di se stesso, di rivalutazione di desideri e ambizioni, di conoscenza degli altri.

Ad arricchire una trama interessante e una narrazione che ho trovato lineare, chiara, limpida (e potrei continuare con gli aggettivi), la novità di cui vi parlavo in principio: la scelta cioè di arricchire il libro con la musica. Nella versione ebook del romanzo sono infatti inseriti due link che rimandano a Youtube (e un codice QR che può essere scansionato dal proprio smartphone). Rimandano a due brani che l’autore ha composto, che Stefano ha composto e che rendono in maniera straordinaria il sentimento delle pagine.

https://www.youtube.com/watch?v=E4UJ-jybVh0&list=LLn3veNodxt0SLimPmJ2w9Jw&index=2

La scelta è azzeccatissima, rende tangibile quanto hai appena letto, e non posso che complimentarmi con l’autore per l’originalità.

Spero di essere stata convincente, perché ritengo che questo libro vada letto.

Voto: 4/5

Follia, di Patrick McGrath | la recensione

Follia di Patrick McGrath è l’ultimo romanzo che ho praticamente divorato nel giro di pochissimi giorni. È edito da Adelphi, che l’ha pubblicato nel 1998 (la mia edizione è invece del 2012).

Follia

Lo psichiatra Peter Cleave narra la triste vicenda di Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, Max, e di quello che le capitò a partire dal momento in cui assieme alla sua famiglia si trasferì nella tenuta del manicomio criminale in cui i due medici lavoravano.

Le parole iniziali del narratore, onniscienti poiché a conoscenza dei fatti verificatisi, hanno un effetto molto particolare sul lettore. La convinzione, dichiarata nell’incipit, dell’infausto destino che coglierà la protagonista, rende il lettore quasi distaccato, poiché già a conoscenza del fatto che leggerà, ponendolo quindi su un piano di superiorità rispetto alla vicenda. È come se gli venisse data l’autorizzazione a guardare la storia con distacco, l’autorizzazione a giudicare i suoi protagonisti.

Quando si trasferiscono nella tenuta riservata al vicedirettore del manicomio inglese, Stella entra a far parte dello scenario del dottor Cleave, il quale inizia a conoscere quella famiglia e a impararne pregi e difetti. La relazione su cui si fonda il matrimonio di Stella con suo marito è probabilmente una fra le tante: un uomo dedito al lavoro, che punta a diventare il direttore della struttura; privo di fantasia, un uomo dal quale non ci si può aspettare nulla di più di quello che lui concede con parsimonia. Stella è invece una donna bellissima, dai biondi capelli e l’incarnato chiaro; spicca sugli altri, colpendoli.

La routine che va a instaurarsi nel manicomio dopo il loro arrivo è decisamente sconvolto da Edgar Stark, detenuto in semilibertà, rinchiuso lì dentro per aver ucciso sua moglie e averne poi devastato il corpo. Edgar è un artista, un uomo brillante, intelligente, e molto furbo. La padronanza di se stesso, nonostante la malattia mentale, lo pone su un piano diverso rispetto agli altri pazienti del manicomio – questo Peter lo sa bene.

Quando gli viene affidato il compito di occuparsi dei lavori di ristrutturazione del giardino della tenuta dei Raphael, l’uomo incrocia la sua strada con quella di Stella. Prima un semplice saluto, poi una conversazione, e un’altra ancora: fra i due va a crearsi un’intimità che nessuno approverebbe, considerando che si tratta pur sempre di un paziente e della moglie del vicedirettore. Eppure, come sospinti entrambi da una attrazione che possiamo ben definire fatale, i due proseguono (accorti ma non troppo) nel tessera una trappola a regola d’arte.

Galeotto è il ballo, che ogni anno viene organizzato e per i pazienti del manicomio e per il suo personale. Il contatto fisico fra Stella e Edgar è una scintilla. Da questo momento in poi non si può più tornare indietro.

Scena del film Asylum, trasposizione cinematografica di Follia

La relazione proibita che nascerà tra i due ha tutte le caratteristiche dell’ossessione amorosa, passionale e tumultuosa, che non guarda ai rischi come un pericolo da scansare a tutti i costi, ma come l’ovvia interferenza di un amore che deve esprimersi ad ogni costo.

È impossibile non pensare alle conseguenze di questo rapporto, non può non pensarci Stella, che ha pur sempre una famiglia, un figlio; non può non pensarci il dottor Cleave, che conosce il suo paziente e le sue doti affabulatorie; non può non pensarci il lettore, che sa benissimo cosa sta per succedere.

Nonostante il dramma che si consuma nel corso di tutto il romanzo, però, ho avuto non poche difficoltà a instaurare una sorta di empatia coi suoi sciagurati protagonisti. Invece che temere per le sorti di Stella, l’ho guardata quasi con disprezzo rovinarsi con le sue stesse mani pensando “Sapevi a cosa andavi incontro, e l’hai fatto comunque”. Le scelte che fa non possono essere appoggiate nel nome di sentimenti oscuri e profondi, no. Neanche davanti alla tragedia, al precipitare della situazione, sono riuscita a comprenderla.

Così come non ho compreso il dottor Cleave, colui che avrebbe potuto intervenire e riparare il riparabile e ha invece permesso che si consumasse davanti ai suoi occhi quello sfacelo disperato di uomini e donne che tanto gli stavano a cuore.

Il romanzo mi ha molto colpito, in un modo nuovo per me, dal momento che non ho instaurato alcun legame coi suoi personaggi. La scrittura di McGrath è stata eccezionale sotto questo punto di vista. Per quanto asettica, è in grado di coinvolgerti all’interno della narrazione dall’inizio alla fine. Probabilmente, contribuisce molto l’esperienza personale dell’autore, il cui padre lavorò come psichiatra presso il manicomio criminale di Broadmoor, dove McGrath trascorse tutta la sua infanzia.

Un libro forte (odio questo aggettivo in riferimento alla letteratura, ma mi pare calzante), che svela la patologia mentale vivisezionandola con cura chirurgica. Consigliatissimo.

Voto: 4/5

La stanza di Therese, di Francesco D’Isa | la recensione

Il libro di cui vi parlo oggi è La stanza di Therese, di Francesco D’Isa, edito da Tunué. La lettura, vi dico sin da subito, si è rivelata per me particolarmente ostica, quindi proverò a spiegarne le caratteristiche che ai miei occhi si sono tramutate in pecche.

La stanza di Therese

Il plot di base è piuttosto semplice: Therese, giovane donna ossessionata dal trascendente e dal filosofico, sceglie in totale autonomia di rinchiudersi in una stanza d’albergo, senza dare a nessuno indicazioni sul luogo in cui si trovi. Qui proverà a discernere ogni riflessione e ragionamento che da anni la torturano in qualcosa di più “concreto”.

Durante la reclusione volontaria, scrive una lettera a sua sorella: è proprio la lettera il contenuto del libro che leggiamo. In una prosa che alterna la confessione alla speculazione filosofica e matematica, entriamo in possesso di alcune informazioni che riguardano la protagonista. Un incidente, subito in età adolescenziale; il rapporto conflittuale con sua sorella, il dualismo che da sempre le ha poste in competizione. E, ancora, stralci di esperienze ormai passate che continuano però a condizionare l’esistenza di Therese.

Le lettere a sua sorella si arricchiscono quindi, così come nella realtà faremmo col nostro diario, di ritagli di pagine, di disegni ecc, che danno un’idea dello stato mentale della protagonista, ossessionata dai numeri, dal concetto di infinito, dal limite delle cose e dal concetto di limite che di per sé la confonde. Si arricchiscono anche di note che la sorella di Therese, di volta in volta, scrive a margine e in cui annota tutte le contraddizioni del suo discorso (è l’unico modo che ha di comunicare con lei).

La stanza di Therese

Dunque, posta in questo modo la questione porrebbe il suddetto libro nella categoria – che mi sto chiaramente inventando su due piedi – degli “originali con stile che vogliono veicolare un messaggio ma in maniera velata”. Beh, posso dichiarare a chiare lettere di non aver assolutamente inteso che tipo di messaggio l’autore abbia voluto trasmettere al lettore, sempre che ce ne sia stato uno (è ovvio). D’altronde, lo dice la stessa protagonista:

“Non sono né la prima né l’ultima che si avventura in un discorso il cui esito sembra collimare con l’annullamento del messaggio”.

Non sono riuscita a capire perché Therese si sia rinchiusa in quella stanza, che tipo di trauma l’abbia resa quasi costretta ad una scelta così radicale. Per non parlare di tutte quelle elucubrazioni sulla matematica e sulla filosofia, sul concetto di infinito e di limite, che ai miei occhi da inesperta del campo hanno soltanto confuso le idee facendomi incespicare ad ogni paragrafo.

Non sono mai soddisfatta quando mi sento costretta a “stroncare” un libro, sono semplicemente una lettrice come ce ne sono tante in giro, non ho competenze critiche se non quelle che mi ha offerto finora la mia esperienza. Ma mi domando perché ci si debba ad ogni costo complicare la vita in letteratura. Non dico assolutamente che l’autore abbia sbagliato tutto, non conosco la sua originale intenzione di scrittura e non mi permetto di metterla in discussione in maniera superficiale. Ma ho avuto davvero moltissime difficoltà a portare a termine il romanzo (probabilmente la dicitura sarà errata) ed è un peccato, considerato che ero stata persuasa ad acquistarlo dopo aver letto soltanto le prime due righe della fascetta.

Mi piacerebbe confrontarmi con chi ha già avuto modo di leggerlo, chissà che possano saltarmi all’occhio aspetti che nella mia prospettiva ho del tutto ignorato. Ma intanto il mio giudizio resta questo.

Voto: 1/5

L’insana improvvisazione di Elia Vettorel, di Anemone Ledger | la recensione

Il libro di oggi è un thriller-horror. È la prima volta che mi cimento in un libro di questo genere, ma vi dirò che l’esordio è stato convincente.

Oggi vi parlo di un libro molto particolare. Si tratta de L’insana improvvisazione di Elia Vettorel, scritto da Anemone Ledger, edito da Ermes.

L'insana improvvisazione di Elia Vettorel

Il genere in cui possiamo inserire il libro è sicuramente quello del thriller-horror, di cui non mi definisco un’accanita lettrice – non è tra i miei preferiti – ma che mi ha molto colpito.

Ma andiamo con ordine. Protagonista è appunto Elia Vettorel, che ci viene inizialmente presentato ormai adulto e a colloquio con uno psichiatra all’interno di un carcere.

La personalità di Elia si rivela complessa, e non serve molto a capire che quest’uomo si è macchiato di un crimine terribile che evidentemente va ricondotto alla sua malattia mentale.

Ai colloqui che regolarmente lo vedono a confronto col terapeuta, si alternano lunghissimi excursus sulla vita di Elia, soprattutto del periodo in cui, bambino, era ospite di un orfanotrofio. Il protagonista riporta quindi, all’interno di quello stanzino angusto, la sua personale ricostruzione dei fatti della sua vita. Un’infanzia difficile, certo, come lo è quella di tutti i bambini cresciuti senza l’affetto di una famiglia; le severe leggi dell’orfanotrofio, che non possono essere in nessun modo dribblate senza essere puniti; i compagni cattivi e crudeli, capaci di insultarti e isolarti accelerando quel processo di estraniamento sociale dagli altri che porterà a terribili conseguenze, come vedremo.

I racconti degli anni dell’orfanotrofio permettono di ricostruire la figura di un bambino diverso dagli altri, incapace di reagire razionalmente alle malefatte altrui, che si rifugia in un mondo che gli dà conforto ma da cui è impossibile uscire una volta entrati. Quando attorno a te vedi solo nemici, si innesca un effetto domino che diventa pressoché inutile fermare. Elia adulto riconduce a quegli anni le cause di quello che gli accadrà in futuro.

Parallelamente, l’autrice sceglie di svelarci altri lati della medaglia, alcuni dei quali vengono ignorati addirittura da Elia stesso. Conosciamo così la famiglia di Elia, entriamo in possesso delle informazioni che ci servono per capire come Elia sia arrivato in orfanotrofio, la situazione devastante di sua madre, quel mostro che era stato suo padre. Ricomponiamo a poco a poco un quadro che è inquietante, che fa paura.

Man mano che si procede col racconto la situazione si fa sempre più fuori dal controllo: sta perdendo il controllo sua madre, quando sceglie di portare via Elia da quella casa; sta perdendo il controllo Elia in orfanotrofio, quando reagisce al suo compagno Marco che lo sta torturando con gli insulti; sta perdendo il controllo Elia ragazzo, quando si trova lì lì per commettere il crimine efferato per cui si trova in carcere; sta perdendo il controllo l’Elia adulto che ritroviamo durante la narrazione quando parla con lo psichiatra.

La follia è un guizzo improvviso e quasi creativo, ed Elia ne è il testimonial d’eccellenza. In lui si racchiudono tutte quelle forme di disturbo mentale che sono destinate a manifestarsi nel modo più pericoloso possibile.

L'insana improvvisazione di Elia Vettorel

Mi sento di consigliarvi questo libro, specie se siete appassionati del genere, perché vi terrà incollati alle pagine. Ho letto tutto quasi con foga, per capire come sarebbero andate le cose. Chiaramente non ve lo dirò, ma vi basti quello che ho svelato finora.

Voto: 4/5

Lo schiavista, di Paul Beatty | la recensione

So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato

L’incipit, con cui questo libro è stato sponsorizzato più volte, è quello de Lo Schiavista, romanzo di Paul Beatty, pubblicato lo scorso anno in Italia da Fazi editore.

Lo schiavista

A parlare è il protagonista, chiamato Bonbon, afroamericano che si ritrova ad attendere il giudizio da parte della Corte Suprema. A partire da questa scena iniziale, l’autore sceglie di riavvolgere il nastro per dare a noi lettori una ricostruzione tutta particolare delle ragioni che hanno condotto quell’afroamericano lì.

Bonbon è di Dickens, ghetto alla periferia di Los Angeles, in cui vigono le regole di ogni ghetto in America. La discriminazione razziale vige aldilà di ogni conquista acquisita nel tempo, all’interno delle comunità regna la legge del più forte e tocca trovare sempre vie d’uscita non convenzionali per avere la certezza di tornare a casa sani e salvi. Bonbon ha ricevuto un’educazione molto diversa dagli altri, cresciuto com’è stato da un padre esperto sociologo che ha utilizzato suo figlio come cavia per una serie di esperimenti che avrebbero dovuto migliorare le condizioni di vita di Dickens e dei suoi abitanti.

Proprio per il suo mestiere, suo padre veniva spesso chiamato a risolvere le controversie che andavano a crearsi fra i neri del quartiere. Ma, quando durante una di queste sedute a domicilio viene ucciso, lascia una sorta di eredità a Bonbon, il quale è costretto a fare i conti con un altro fatto: Dickens viene cancellata dalle carte geografiche.

Il romanzo si sviluppa così mettendo in scena il teatrino del suo protagonista, il quale armato delle migliori (o forse peggiori) intenzioni, vuole assolutamente riportare Dickens sulle cartine. I suoi tentativi di ridare vita a Dickens e dignità alla sua popolazione si confronta con una serie di personaggi strambi – immaginate uno dei componenti delle Simpatiche canaglie che si rifiuta di essere libero e vive come uno schiavo pur non lavorando mai – e con una realtà fatta di ignoranza, egocentrismo, illegalità, a tratti anche follia.

Tutta questa trama avrebbe ragione d’esistere se non avesse dato, come dire, per scontato un fatto fondamentale: che il lettore comune conoscesse la realtà subculturale afroamericana e che potesse quindi cogliere le migliaia di citazioni di cui il libro è impregnato. Citazioni dovunque, in ogni pagina, dalla musica alla letteratura alla politica allo sport alla cronaca. Il livello culturale che questo libro presuppone, perché possa essere fruito al meglio, è troppo alto, lo è per me almeno.

Il risultato è che procedendo con la lettura sono stata infastidita ogniqualvolta alla storia di Bonbon si privilegiavano periodi interi di riferimenti a fatti o cose o persone che non potevo neanche immaginare esistessero. Sicuramente le mie lacune culturali non possono inficiare il valore di un libro, questo è chiaro, però ritengo che l’ostentazione intellettualistica fine a se stessa sia destinata a morire se non è in grado di trovare un punto di incontro con gli altri.

La storia ha del paradossale, e ritengo che proprio per questo sarcasmo perenne e tagliente sia stato poi osannato dalla critica. Io non ne sono stata catturata, ho incespicato per abbracciare il punto di vista del protagonista, per rendere credibile ai miei occhi una storia che invece mi è parsa priva di senso.

Paul Beatty, Lo schiavista
Paul Beatty, l’autore

Insomma, con estremo dispiacere avrete capito che Lo schiavista di Paul Beatty non mi ha colpita, nonostante l’abbia tanto desiderato sin dalla sua uscita. Qualcuno di voi l’ha letto? Mi piacerebbe molto confrontarmi con pareri diversi dal mio!

Voto: 2/5