Ozark

Si torna a parlare di serie tv, stavolta però nessuna tromba o red carpet. La serie in questione, Ozark, non mi ha infatti strappato complimenti ma soltanto insulti.

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Innanzitutto, ve la presento brevemente: produzione Netflix 2017, racconta di Marty, un assicuratore finanziario che vive a Chicago con la sua famiglia. Per brama di soldi, svolge parallelamente un altro lavoro, quello di riciclatore di denaro sporco.

All’inizio della prima stagione, la situazione è già ad un punto di rottura. Si rende necessario un trasferimento, in qualche modo “suggerito” dal cartello della droga messicano con cui l’uomo aveva degli accordi. Armi e bagagli e si parte alla volta di Ozark, appunto, villaggio turistico del Missouri che ha poco a che fare con la vita e gli agi dell’America bene.

Iniziano così i tentativi di integrarsi alle leggi del posto, che segue strade cui Marty Byrde non vuole in realtà adeguarsi. Stringe rapporti con alcune delle personalità più rilevanti di Ozark, tra cui il boss Del Rio, e cerca di proseguire nel suo lavoro che ha però tutto l’aspetto di un’opera di convincimento piuttosto che di qualcosa di illegale.

Tra figlie adolescenti ossessionate dai social e figli abbastanza inquietanti che sviluppano insani hobby come quello di ammazzare gli animali, la tutt’altro che allegra famigliola deve affrontare non solo continui intoppi al piano originario, ma anche problemi di coppia.

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La moglie, infedele, si ostina ad incolpare suo marito del tradimento perpetuato quando erano ancora a Chicago; Marty, dal canto suo, incassa ma custodisce come una reliquia un video in cui viene consumato il tradimento stesso, quasi ossessionato dall’amplesso. Insomma, quando si dice “Va tutto bene”.

Aldilà dei commenti sarcastici, che d’altronde non posso risparmiarmi, ho trovato diverse falle narrative. A partire dal plot iniziale, che pure mi aveva colpito, trovo che sia stato tutto buttato lì un po’ a casaccio. A personaggi del tutto inappropriati che cadono ai piedi di Marty e al suo charme dialettico, si affiancano personaggi che devono interpretare a tutti i costi la parte dei bifolchi, che fanno e disfano piani contro i Byrde pur non essendo stati direttamente toccati dal suo agire.

Inoltre, lo stesso Marty è poco credibile, un Jason Bateman decisamente sottotono, sebbene in altri film non mi sia dispiaciuto.

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Mi è parso, per concludere, che gli autori abbiano voluto rivisitare Breaking Bad e la  sua stessa formula che in quel caso è stata sicuramente vincente. Peccato che Martin non è abbastanza in gamba da essere amato o odiato dal pubblico, e tutto il contorno non ha contribuito ad un buon risultato.

Insomma, bocciato!

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Chiamatemi Anna

Solo da pochi giorni ho finito Chiamatemi Anna, e ne sono a dir poco fulminata.
La serie tv prodotta da Netflix è basata sul romanzo Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery, ma ai più – me compresa – è conosciuta grazie al cartone animato che nessuna bambina può non aver visto nella propria infanzia.

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I ricordi che avevo erano dunque piuttosto vaghi, ma avevano lasciato una sorta di alone malinconico attorno ad esso, una sensazione che non mi ha abbandonato praticamente mai. Vi si racconta la storia di Anna, bambina dai capelli rossi che ha passato gran parte della sua vita in orfanotrofio, o al servizio di famiglie poco amorevoli nei suoi confronti. Quel che accade è un semplice errore: viene infatti mandata, per sbaglio, a casa degli anziani fratelli Marilla e Matthew Cuthbert, i quali attendevano un maschio che li aiutasse nei lavori della loro tenuta di Green Gables. L’incontro non può che portare a un cambiamento per questa bambina dalla folle immaginazione.

Sin da subito è facile intuire che Anna è esuberante, allegra, ma deve fare i conti con un passato difficile e doloroso, i cui strascichi continuano a farsi sentire. Inserirsi in un contesto nuovo, fatto di persone che conducono una vita agiata e tranquilla e che sono perlopiù incapaci di accogliere un nuovo membro all’interno della propria comunità le crea non pochi problemi. Anna deve infatti scontrarsi con i pregiudizi altrui, che feriscono moltissimo, poiché le ricordano le sue umili origini e le sofferenze passate. Continua a leggere “Chiamatemi Anna”