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Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy | la recensione

«Tutto il tempo che passi a cercare di riprenderti quello che ti hanno portato via è solo tempo sprecato, devi fare in modo che la ferita non sanguini più.»

Con questa citazione vi parlo oggi di un romanzo molto particolare, la cui lettura mi ha a tratti disorientato e confuso. Si tratta di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, autore statunitense lontano dai riflettori degli ambienti letterari più in voga. Pubblicò questo romanzo nel 2005, con un successo acquisito soprattutto grazie alla trasposizione cinematografica dei fratelli Coen.

Non è un paese per vecchi è ambientato in Texas. Llewelyn Moss, durante un’esplorazione nella selvaggia natura, si ritrova dinanzi ad una scena che appare a tutti gli effetti un regolamento di conti. Uomini morti, auto abbandonate, e una borsa piena di soldi. Sebbene non sia una persona ingenua e sospetta che da quel momento tutto potrebbe essere compromesso, decide comunque di prendere con sé quel denaro.

A partire da questa sua scelta, la storia si sviluppa seguendo tre strade maestre. Da una parte Moss, alle prese con una situazione che si sta rivelando più grande (e più pericolosa) di quel che avrebbe voluto; dall’altra parte Chigurh, spietato assassino che intraprende la sua personalissima caccia all’uomo per entrare in possesso di quasi due milioni e mezzo di dollari; infine, alla ricerca di entrambi in verità, lo sceriffo Ed Tom Bell, uomo pieno di rimorsi, incapace di superare i traumi del passato e tuttavia deciso a portare a termine questo compito.

McCarthy non si serve della tradizionale divisione in capitoli per passare da un punto di vista all’altro, bensì sceglie di interrompere il racconto e riprenderlo da altri luoghi e con altri personaggi piuttosto repentinamente. Questa scelta, accompagnata da una scrittura asettica, monotono, senza picchi di nessun tipo, rende la lettura un unicum.

I protagonisti di questa storia prenderanno decisioni talvolta poco condivisibili, ma in un romanzo in cui sangue e denaro regolano la vita di tutti non ci si aspetterebbe nulla di diverso. Quel che, come vi dicevo all’inizio, mi ha disorientato è stata la totale mancanza di intensità emotiva che trapela dalla narrazione.

La vita semplicemente accade, con i suoi deplorevoli intralci. Non c’è spazio per nessuna redenzione. Nessuno si salva, nessuno sopravvive veramente.

La totale desolazione regna sovrana, come se accanirsi contro eventi inevitabili sia ritenuta una perdita di tempo. Si procede così nella vicenda con un presentimento, o meglio, con un senso di rassegnazione, perché è chiaro che il lettore non può essere immune da questa totale assenza di speranza. La narrazione diventa un tutt’uno con il desolato paesaggio texano, sabbioso e afoso, pieno di insidie nascoste in ogni dove.

Le valutazioni finali su questa lettura risentono quindi di queste variabili. È un romanzo atipico, e proprio per questo ti colpisce. È incapace di “intortare” il lettore (capacità abbastanza diffusa in letteratura): McCarthy ti sta dicendo questo, ti sta dicendo che la realtà è nuda e cruda, e nuda e cruda te la racconta.

Mi sento di consigliarvelo, perché a me ha lasciato da pensare e mi ha spinto a voler recuperare altri titoli di questo autore, come La strada e la Trilogia della frontiera.

Voto: 3/5

 

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IT, Stephen King | la recensione

In occasione dei settantanni di Stephen King, ho scelto di convertirmi a uno degli autori più amati di sempre. Con risultati poco soddisfacenti, però.

IT è il capolavoro di Stephen King pubblicato per la prima volta nel 1986 e diventato un cult, nonostante la vita relativamente breve del romanzo.

IT

Ultimamente se ne sta parlando molto, soprattutto per l’imminente uscita di un nuovo rifacimento cinematografico ad esso ispirato. Ho deciso così di prendere questo impegno, nonostante la sua mole. La mia edizione conta 1238 pagine, mica bruscolini insomma.

La storia raccontata è quella di sette ragazzi. Vivono a Derry, nel Maine, e conducono delle esistenze abbastanza ordinarie. Ciascuno di loro ha a che fare con problemi tipici della loro età, come l’evitare di trovarsi faccia a faccia con il bullo della scuola, il trascorrere del tempo e la necessità di trovare un modo di impiegarlo, le prime cotte, ecc.

Peccato che Derry non sia la tipica cittadina americana: essa cela una natura oscura, che allunga i suoi artigli su giovani vittime depredandole della loro stessa giovinezza. Si tratta di IT, o Pennywise, la cui prima manifestazione nella storia avviene nel 1957. Il piccolo Georgie Denbrough, in una piovosa giornata di ottobre, sta giocando con una barchetta che suo fratello Bill gli ha fabbricato, facendola correre lungo i fiumiciattoli che si sono creati lungo la strada a causa della pioggia. Mentre cerca di recuperare la barca, finita in un tombino per la corrente, viene chiamato da It, il quale lo attira a sé in una morsa mortale.

Nel 1958, per sfuggire al bullo Henry Bowers, Ben Hanscom capita nelle lande dei Barren, in riva al Kenduskeag. Qui fa la sua conoscenza con Bill, la cui balbuzie lo precede, e con Eddie Kaspbrak e il suo inalatore.

A loro si uniscono Stan Uris, Richie Tozier, Beverly Marsh e, per ultimo, Mike Hanlon.

Ciascuno di loro ha avuto un assaggio di IT, un incontro ravvicinato con lui, e la consapevolezza che quel gruppo – il club dei Perdenti, come viene chiamato – si sia composto per una ragione e non per caso è comune.

Stephen King non è l’ultimo degli scrittori, e il fatto è lampante per due ragioni di motivi. La prima riguarda la struttura del romanzo. King orchestra una storia che si svolge, parallelamente, tra 1958 e 1985. Propone quindi, da una parte, le vicende che interessarono dei ragazzini spaventati eppure uniti da una forza invisibile contro It; dall’altra, degli uomini e donne cresciuti, adulti, con famiglia (alcuni) e una carriera ben affermata (quasi tutti) che si ritrovano a Derry dopo tutti quegli anni in virtù di una promessa fatta da piccoli di cui non ricordano praticamente nulla.

Se le cose restassero su questo piano, non ci sarebbe da sorprendersi. Ma King complica ulteriormente le cose scompigliando l’ordine di narrazione, inserendovi elementi e fatti che lui solo sa saranno utili alla storia ma che inevitabilmente confondono un lettore che si trova davanti un tomo di quelle dimensioni.

Insomma, racconta i fatti secondo una logica tutta particolare, dando per scontato che chi sta leggendo arriverà alla fine per capire ogni elemento e riporlo al suo posto. Su questa stessa linea d’onda, non svela mai ciò che invece il lettore brama di sapere. Fino all’ultimo capitolo c’è qualcosa che si è riservato di celare, e la cosa è allo stesso tempo snervante e geniale.

L’altra ragione di cui parlavo è invece più legata alla lingua, allo stile. Pur non avendolo letto in originale, la traduzione mi è bastata per capire la grandissima padronanza della lingua che possiede. Tutto è descritto nei minimi particolari, di una descrizione vivida e realistica e totalizzante. Devo ammettere che, pur riconoscendone il talento, spesso questo zelo di dettagli ha rallentato la mia lettura.

La storia di Derry e delle sue creature si sviluppa per cicli temporali, così come la narrazione. A scene di ilarità generale si alternano scene piene di ansia e tensione.

Però – mi spiace, ma c’è un però – non sono stata catapultata nella storia. Originale, commovente, è una storia che parla di fragilità, di paura, di sentimenti come l’amicizia, di apparenze a discapito della verità: tutti temi che mi stanno molto a cuore e che in letteratura mi catturano. It non mi ha catturato, non mi sono mai sentita coinvolta al 100% nella vicenda, e di questo sono molto rammaricata ma non me ne meraviglio neanche.

Ho trovato inutili alcuni degli episodi raccontati, hanno rallentato l’andamento del libro impedendomi di seguirne a pieno lo svolgimento.

Insomma, un gran libro che non mi ha fatto dire “Wow!“. E un po’ desideravo dirlo, dopo tutta quella fatica per leggerlo.

Voto: 3/5

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La confraternita dell’uva, John Fante | la recensione

Il libro di oggi è La confraternita dell’uva di John Fante. Il romanzo fu pubblicato nel 1974 ed è un’elegia strampalata della figura paterna.

La confraternita dell'uva

Al centro del romanzo troviamo la famiglia Molise, una famiglia italoamericana che racchiude una serie di stereotipi e che – d’altra parte – ha molto di autobiografico per lo scrittore.

In un paesino piuttosto desolato e devastato dall’arsura estiva, Nick Molise, capofamiglia dispotico, alcolizzato e maschilista, nonché “il miglior scalpellino d’America come è solito definirsi, è arrivato – di nuovo – ai ferri corti con sua moglie. La lite furibonda tra i consorti, in perfetto stile melodrammatico, ha portato i suoi figli a preoccuparsi per il futuro del loro matrimonio.

Mario, insofferente più che mai nei confronti del padre, chiama quindi Henry, suo fratello, interrompendo la sua vita americana da scrittore affermato sulla costa di Los Angeles. In quella che sembra l’imminenza di un divorzio, Mario chiede a suo fratello di accogliere in casa per un periodo quel padre malandato. Ma Henry deve confrontarsi a sua volta con una moglie granitica, che lo obbliga a tornare a casa per risolvere ogni problema.

Henry torna dunque a San Elmo. Nella casa in cui è cresciuto ritrova una madre esausta dopo anni e anni trascorsi a rattoppare gli strappi della famiglia, ritrova fratelli che si rivelano incuranti di ogni cosa, più attenti alle proprie frustrazioni che al resto. E ritrova, ovviamente, suo padre: quanto di più lontano possa esistere rispetto a lui.

Henry è cresciuto con il sogno dei grandi autori russi, ha cercato di perseguire un sogno, quello di diventare scrittore, discostandosi dalle tradizioni di famiglia. Suo padre è invece un osso duro, attento solo al sudore e alla fatica, alle sottane e al vino (quello buono, quello di Angelo Musso).

Il confronto con una realtà che credeva ormai lontana è inevitabilmente doloroso e traumatico, e mette in luce tutte le falle di quel rapporto padre-figlio che Fante deve aver vissuto durante la sua vita.

La bellezza di Fante, però, sta nella capacità di approfondire dinamiche come quelle familiari (e ormai lo fanno moltissimi scrittori) ma in modo scanzonato. Sembra che non si prenda mai troppo sul serio, e anche le situazioni più tragiche e assurde diventano siparietti patetici, sì, ma ricchi di intensità.

In questa commedia umana che è la vita della famiglia Molise ritroviamo così antichi dualismi che non possiamo non riconoscere come nostri: la diversità rispetto ai nostri genitori, l’incompatibilità di esistenze trascorse a spaccare pietre rispetto ai sogni idilliaci di carta e penna; la paura di non essere in grado di capire l’altro, soprattutto se si tratta di qualcuno a noi vicino; la bellezza di alcuni momenti, in cui l’essenziale è rappresentato dal silenzio e da nient’altro.

Fante sviscera il rapporto tra Henry e suo padre in un percorso tortuoso ma non privo di affetto. E ho trovato incantevole ogni parte del romanzo, da quelle più paradossali che coinvolgono i vecchi ubriaconi amici di Nick, a quelle più liriche, che raccontano i sentimenti, spogliandoli di tutto ciò che è superfluo.

Dovete leggere questo libro, che (si sarà capito) mi è piaciuto moltissimo, come d’altronde Chiedi alla polvere. Il mio obiettivo è di recuperare l’intera bibliografia di questo autore.

Voto: 5/5

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La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone – La recensione

Cesare Annunziata, settantasette anni sul groppone e moltissimi difetti. È lui il protagonista del romanzo La tentazione di essere felici.

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Non servono molti giri di parole per capire di che personaggio si tratta: burbero al punto giusto, intollerante verso il resto del mondo, nei cui confronti non pare avere alcun ripensamento. D’altronde, neanche coi suoi figli pare abbia sviluppato negli anni consolidati rapporti di stima ed affetto, quanto piuttosto di rancore o addirittura indifferenza.
Ormai vedovo, Cesare vive da solo nell’appartamento condiviso con la defunta moglie. Di fronte a lui, sullo stesso pianerottolo, la gattara (non c’è il rischio che ci si fraintenda, a riguardo: il nostro immaginario è comune), ficcanaso al punto giusto. Ed è proprio su quello stesso pianerottolo che si svilupperà una trama poco scontata.

Cesare, pur connotato da una serie di problematiche caratteriali, non può che destare la simpatia dei lettori, me compresa, che addirittura leggendo ho rinvenuto in me stessa intolleranze varie nei confronti del genere umano che a ventisette anni di età non dovrei avere.

Un incontro si rivela fondamentale, e per gli sviluppi della trama del libro e per il suo stesso personaggio. Emma, giovane vicina di Cesare, apparentemente introversa, incuriosisce Cesare e non soltanto per il suo invitante aspetto di donna. L’evoluzione del loro rapporto sarà solo l’appiglio per una crescita interiore non indifferente. Continua a leggere

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Eccomi, di Jonathan Safran Foer – Le recensioni

Jonathan Safran Foer
Eccomi
Guanda editore
2016

Dopo anni da Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer torna in libreria con Eccomi, un’opera decisamente grande – per la vastità degli argomenti trattati, per la mole di pagine (672) – ed emblema di un mondo di cui l’autore fa parte in piena regola.
Una famiglia: Jacob, Julia, Sam, Max e Benjy. Una famiglia ebraica, cresciuta in America, circondata da un livello più che accettabile di agi e sicurezze, ma non solo. Tra le proprie mura cova segreti, errori, mancanze.
Ci si imbatte in tutti loro in corrispondenza di un evento (mancato?): il Bar Mitzvah del maggiore dei figli. Il ritrovamento di un foglio sul quale sono state scritte parole offensive e volgari è il punto zero che rappresenta il momento da cui tutto viene messo in discussione. D’ora in poi i personaggi intraprenderanno un percorso tutt’altro che semplice.

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Ho paura torero, di Pedro Lemebel – Le recensioni

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Ho paura torero, sono solo tre parole, ma significano moltissimo. Sopratutto per lei, la fata dell’angolo, che nel momento in cui la incontriamo nella storia lascia alle canzoni il compito di descrivere ciò che sente. La sua storia è quella che tantissimi individui sono stati costretti a vivere: c’è il Cile, la dittatura di un Pinochet vessato dalla diarrea verbale di una moglie nevrastenica, c’è una casa che diventa un rifugio all’interno del quale riporre le speranze, c’è la mami Rana e la sua invidia bonaria. E poi c’è la fata, che non ha un nome, che Lemebel ama tratteggiare come una vamp piena di fronzoli, ma solo in apparenza: la fata è il ragazzo picchiato da un padre incapace di comprendere suo figlio e le sue fragilità; la fata è un uomo che ha imparato a guardarsi allo specchio senza soffrire più come prima; la fata è una donna innamorata e felice di esserlo. L’incontro con Carlos per i quartieri di Santiago è fatale. La fata lo accoglie nella sua vita, nella sua casa piena di cianfrusaglie, fingendosi frivola per non ostacolare i suoi piani. E Carlos, giovane ribelle e contestatore, conosce la fata e ne riconosce tutta la bellezza. Il loro patto silenzioso è magia nel romanzo.
Raccontarvi di questo libro è più difficile del solito, perché dentro ci sono dolore e sofferenza, ma senza alcun velo di tragicità. L’accettazione del dolore è il primo passo, dopo il quale c’è una vita sgangherata fatta di camere buie dell’io in cui l’illusione e la maturità si alternano in una danza pericolosa per i cuori che sono ancora in grado di battere.

Come le sarebbe piaciuto piangere, in quel momento, sentire il cellophane tiepido delle lacrime che cadeva in un velo sudicio come un soffice e piovoso telone sulla città altrettanto sudicia. Come le sarebbe piaciuto che tutto il suo dolore ingabbiato rotolasse fuori in almeno una lacrima d’amarezza. Sarebbe stato più semplice partire, lasciando una piccola pozza di pianto, una minuscola pozzanghera di tristezza acquosa che nessuna CNI potesse identificare. Perché le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino d’illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.

Sebbene sin dagli inizi si sappia quale sarà l’epilogo, la lettura non ne risulta in alcun modo oltraggiata. Anzi. Le metafore continue, quella prosa ricchissima di tutti i sensi, non fanno altro che caricare la storia della fata, un personaggio spettacolare.
Non mi capitava di imbattermi in una personalità così imperfetta e bella da tempo. Questo libro mi ha stregato. Adesso mi sento anche io un po’ fata.

Voto: 5/5

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