Recensioni

Follie di Brooklyn, Paul Auster | la recensione

Da qui Brooklyn. Da qui l’inconsapevole ritorno al luogo dove la mia storia era iniziata. Avevo quasi sessant’anni e non sapevo quanto tempo mi sarebbe rimasto. Forse altri vent’anni; o forse pochi mesi. Qualunque fosse la prognosi dei dottori sulla mia salute, l’essenziale era non dare nulla per scontato. Essendo vivo, dovevo trovare un modo per ricominciare a vivere; ma anche se non fossi vissuto, ero costretto a fare qualche cosa di più che mettermi a sedere e aspettare la fine.

Dopo solo tre pagine, ero già conquistata. Vi parlo di Follie di Brooklyn di Paul Auster, edito Einaudi. Il romanzo, pubblicato nel 2005, racconta la storia di Nathan Glass, pensionato sessantenne che decide, dopo il suo fallimentare matrimonio, di tornare a Brooklyn e provare a vedere quel che succede.

Follie di Brooklyn

Auster non si perde in chiacchiere e ci dice subito che: Nathan Glass non è stato un marito modello (avvezzo com’era alle scappatelle extraconiugali), non è stato un padre modello nei confronti della sua unica figlia, ha molto tempo libero e nessuna idea su come riempirlo. Ha molte idee, però, su tantissime cose. La sua lucida visione del mondo traspare dalla prima pagina e non vi mollerà fino a quando avrete chiuso il libro. Proprio per questo, decide di iniziare a scrivere quello che definisce “Il libro della follia umana“, all’interno del quale registrerà episodi (personali e non) che possiedono la dote della stranezza, che fanno sorridere, che rivelano la follia che risiede negli uomini.

Per certi versi, mi ha ricordato il protagonista di Basta che funzioni di Woody Allen, film del 2009 in cui un sarcastico Boris Yellnikoff si ritrova a fare i conti con l’ingresso nella sua vita di una giovane ragazza destinata a sconquassare i suoi ritmi di vita.

Anche Nathan Glass farà un incontro, ma non è quello che ci si potrebbe aspettare. Dopo alcuni anni dall’ultima volta in cui l’aveva visto, rivede suo nipote Tom Wood, di cui serbava un ricordo che si scontra con la realtà: Tom ha infatti abbandonato gli studi accademici (sebbene promettesse carriere sfavillanti) e lavora in una libreria di Brooklyn, è visibilmente ingrassato e pare non avere alcun obiettivo nella sua vita.

A partire da questo incontro che definirei quasi epifanico, Nathan risistemerà il puzzle della sua vita, alle prese con una bambina che non parla, uno strambo libraio dal passato scottante, una donna bellissima e affascinante che aspetta assieme ai suoi figli l’autobus per la scuola, e molto altro ancora. Non vi svelerò altro della trama, perché basterà iniziare le prime pagine per entrare nel mondo di Nathan Glass e camminare con lui nelle strade di Brooklyn.

Non essendo il mio primo Auster letto, i confronti con gli altri suoi libri è stato inevitabile (mi riferisco a Trilogia di New York e a Il paese delle ultime cose). Ho trovato Follie di Brooklyn meno complesso, meno oscuro, meno maledetto delle altre sue opere. Nonostante anche in questa storia l’autore ricorra agli strumenti della metaletteratura, nonostante i suoi personaggi possiedano un’aura che nei romanzi contemporanei difficilmente riesco a trovare, Follie di Brooklyn è un romanzo calmo, che mi porta a credere che l’autore abbia in qualche modo domato i suoi mostri in una chiave “pastorale”.

Il libro mi ha coinvolto, ho anzi divorato ogni pagina perché era nata in me la curiosità di scoprire le sorti di ognuno degli attori di questa strana storia americana. Ma non mi ha sconvolto, non ha toccato nessuna corda speciale come è successo in passato.

Trovate il libro qui: Follie di Brooklyn

 

 

Annunci
Standard
Recensioni

Lo schiavista, di Paul Beatty | la recensione

So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato

L’incipit, con cui questo libro è stato sponsorizzato più volte, è quello de Lo Schiavista, romanzo di Paul Beatty, pubblicato lo scorso anno in Italia da Fazi editore.

Lo schiavista

A parlare è il protagonista, chiamato Bonbon, afroamericano che si ritrova ad attendere il giudizio da parte della Corte Suprema. A partire da questa scena iniziale, l’autore sceglie di riavvolgere il nastro per dare a noi lettori una ricostruzione tutta particolare delle ragioni che hanno condotto quell’afroamericano lì.

Bonbon è di Dickens, ghetto alla periferia di Los Angeles, in cui vigono le regole di ogni ghetto in America. La discriminazione razziale vige aldilà di ogni conquista acquisita nel tempo, all’interno delle comunità regna la legge del più forte e tocca trovare sempre vie d’uscita non convenzionali per avere la certezza di tornare a casa sani e salvi. Bonbon ha ricevuto un’educazione molto diversa dagli altri, cresciuto com’è stato da un padre esperto sociologo che ha utilizzato suo figlio come cavia per una serie di esperimenti che avrebbero dovuto migliorare le condizioni di vita di Dickens e dei suoi abitanti.

Proprio per il suo mestiere, suo padre veniva spesso chiamato a risolvere le controversie che andavano a crearsi fra i neri del quartiere. Ma, quando durante una di queste sedute a domicilio viene ucciso, lascia una sorta di eredità a Bonbon, il quale è costretto a fare i conti con un altro fatto: Dickens viene cancellata dalle carte geografiche.

Il romanzo si sviluppa così mettendo in scena il teatrino del suo protagonista, il quale armato delle migliori (o forse peggiori) intenzioni, vuole assolutamente riportare Dickens sulle cartine. I suoi tentativi di ridare vita a Dickens e dignità alla sua popolazione si confronta con una serie di personaggi strambi – immaginate uno dei componenti delle Simpatiche canaglie che si rifiuta di essere libero e vive come uno schiavo pur non lavorando mai – e con una realtà fatta di ignoranza, egocentrismo, illegalità, a tratti anche follia.

Tutta questa trama avrebbe ragione d’esistere se non avesse dato, come dire, per scontato un fatto fondamentale: che il lettore comune conoscesse la realtà subculturale afroamericana e che potesse quindi cogliere le migliaia di citazioni di cui il libro è impregnato. Citazioni dovunque, in ogni pagina, dalla musica alla letteratura alla politica allo sport alla cronaca. Il livello culturale che questo libro presuppone, perché possa essere fruito al meglio, è troppo alto, lo è per me almeno.

Il risultato è che procedendo con la lettura sono stata infastidita ogniqualvolta alla storia di Bonbon si privilegiavano periodi interi di riferimenti a fatti o cose o persone che non potevo neanche immaginare esistessero. Sicuramente le mie lacune culturali non possono inficiare il valore di un libro, questo è chiaro, però ritengo che l’ostentazione intellettualistica fine a se stessa sia destinata a morire se non è in grado di trovare un punto di incontro con gli altri.

La storia ha del paradossale, e ritengo che proprio per questo sarcasmo perenne e tagliente sia stato poi osannato dalla critica. Io non ne sono stata catturata, ho incespicato per abbracciare il punto di vista del protagonista, per rendere credibile ai miei occhi una storia che invece mi è parsa priva di senso.

Paul Beatty, Lo schiavista

Paul Beatty, l’autore

Insomma, con estremo dispiacere avrete capito che Lo schiavista di Paul Beatty non mi ha colpita, nonostante l’abbia tanto desiderato sin dalla sua uscita. Qualcuno di voi l’ha letto? Mi piacerebbe molto confrontarmi con pareri diversi dal mio!

Voto: 2/5

Standard
Recensioni

La più amata, di Teresa Ciabatti – La recensione

La più amata è il romanzo di Teresa Ciabatti, edito da Mondadori e in lizza tra i 12 titoli candidati al Premio Strega 2017.

18118746_1922347337989209_6205666496101202534_n

Questo è il primo anno in cui mi dedico allo Stregathon, iniziativa nata sul web  e che trovo molto interessante. Un ottimo modo per non lasciarsi impreparati per il premio più riconosciuto in Italia.

La storia è quella – autobiografica – di Teresa Ciabatti, figlia del “Professore“, ovvero Lorenzo Ciabatti: medico chirurgo, primario dell’ospedale di Orbetello, paesino della provincia di Grosseto. Una figura maestosa agli occhi di una bambina prima, di una donna poi – dai molteplici lati oscuri.

La scrittrice racconta la storia della sua famiglia attraverso il suo punto di vista, ma non soltanto. Ad esso infatti si alterna a tratti durante la narrazione quello di sua madre Francesca, ripercorrendo i momenti più significativi della loro vita.

Sin da subito, è facile capire che il racconto che seguirà è tutto fuorché idilliaco. La personalità di Lorenzo Ciabatti è delineata perfettamente: un uomo che sa quel che vuole sin dalla giovane età, che ha studiato in America e si è fatto da sé, come direbbe qualcuno; la scelta di restare in un paese come Orbetello rifiutando la grande città, l’incontro con Francesca.

Teresa racconta questi episodi sempre macchiati da un’atmosfera torbida, come se il pericolo fosse dietro l’angolo e tutti – lettore compreso – ne fossero a conoscenza. Gli episodi si arricchiranno di particolari procedendo nella narrazione, soprattutto quando la vita coniugale del Professore conduce alla nascita di Teresa e di suo fratello gemello. A partire da quel momento, ogni cosa si complicherà. Continua a leggere

Standard
Magari domani resto
Recensioni

Magari domani resto, di Lorenzo Marone – La recensione

Magari domani resto è l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone, pubblicato da Feltrinelli e uscito a febbraio 2017.

Magari domani resto

La storia raccontata è quella di Luce, una donna di Napoli, cresciuta nei Quartieri Napoletani in maniera poco convenzionale rispetto ai suoi coetanei. Luce è un avvocato, anche se non si è ancora occupata di vere e proprie cause. Fino ad allora, almeno: fin quando Arminio Geronimo, avvocato che le ha permesso di lavorare nel suo studio, decide un giorno di assegnarle una causa con la ‘c’ maiuscola. Tale Carmen Bonavita, dice, è inadatta al ruolo di madre, occorre dunque accertarsi delle sue mancanze per permettere al loro nuovo cliente di ottenere l’affidamento del bambino. Quasi costretta a ficcanasare nella vita di questa donna, Luce vi entra non proprio in punta di piedi, imparando a conoscere Carmen e il piccolo Kevin.

Non è necessario attendere molto per capire di che pasta è fatta Luce: non si piega alle regole, ma segue una sua personalissima linea di condotta; spesso appare aggressiva, sicuramente è irruenta, ma è fondamentalmente una donna di cuore e di sostanza, come si suol dire. Si rivela completamente incapace di contenere gli eccessi di rabbia davanti a un’ingiustizia, e di sicuro non ha peli sulla lingua, con chiunque si trovi ad avere una discussione. Continua a leggere

Standard
Recensioni

Pomodori verdi fritti, di Fannie Flag – La recensione

Pomodori verdi fritti, così buoni si mangiano soltanto al Caffè di Whistle Stop. È Ninny Threatgood a raccontarlo, così come ci racconterà la storia di quel piccolo paese dell’Alabama, che una volta faceva da scalo ferroviario.

WhatsApp Image 2017-03-20 at 18.52.44

Siamo nel 1986, nella casa di cura di Rose Terrace, dove la signora Threatgood è ricoverata assieme alla sua amica, la signora Otis, per farle compagnia finché non si adatterà al nuovo domicilio. Una delle tante domeniche preposte alle visite dei familiari, Evelyn sta accompagnando suo marito Ed a trovare sua madre, ricoverata anch’essa a Rose Terrace, e si imbatte accidentalmente in una delle chiacchiere che la signora Threatgood sta facendo in memoria dei tempi andati. Inizierà tra le due un viaggio alla scoperta di Whistle Stop, dove è cresciuta all’interno di casa Threatgood, a fianco di personaggi indimenticabili.

Pomodori verdi fritti è il racconto di una cittadina d’altri tempi, tempi in cui le differenze razziali pesavano come macigni ma che lasciavano sperare in sprazzi di luce grazie a quel caffè, punto di incontro di disperati e attempati; e grazie a persone speciali come Idgie Threatgood, “l’incantatrice di api” che tutti amarono. Ninny ci accompagna alla scoperta di una famiglia generosa, che affronta il lutto con coraggio, e di Idgie, acerba e spregiudicata ragazzina incapace di sottostare alle regole: la vediamo crescere, di capitolo in capitolo, la vediamo affrontare situazioni in cui spesso si infila con tutte le scarpe, e la vediamo innamorarsi. L’arrivo di Ruth a Whistle Stop sconvolge la sua esistenza in tutti i modi possibili. La sua bellezza è incantevole ma riservata, e Idgie ne sarà stregata sin da subito. Continua a leggere

Standard
Recensioni

Numero Undici, di Jonathan Coe – La recensione

Jonathan Coe è tornato in libreria lo scorso anno con il suo ultimo romanzo: Numero undici, undicesimo romanzo dell’autore inglese. Dopo alcuni anni di silenzio, torna a raccontare l’Inghilterra con il suo stile oramai – ai miei occhi – riconoscibilissimo, in un mix come sempre perfetto di pubblico e privato.

WhatsApp Image 2017-03-11 at 19.07.43

Ognuna delle storie che Coe sceglie di raccontare è accomunata, innanzitutto, da un simbolismo continuo ma velato, un numero che di volta in volta vediamo ricomparire nei contesti più disparati. In questo romanzo, il punto di vista della storia è sempre femminile: Rachel ed Alison ne sono le protagoniste principali, immortalate in fotografie che dall’infanzia arrivano all’età adulta.

Amiche sin da bambine, si ritrovano a condividere un’esperienza che ha del paranormale, quasi, esperienza che le suggestionerà incredibilmente: durante un soggiorno a casa dei nonni di Rachel, nei giorni in cui i telegiornali espongono la strana casualità dei fatti legati alla morte di David Kelly, lo scienziato che smascherò Tony Blair e le sue bugie rispetto alla guerra in Iraq, le due bambine si avventurano nel bosco poco lontano dall’abitazione, prese dalla curiosità tutta infantile di scoprire chissà cosa. Qualcosa lo scoprono, però. Delle carte inquietanti, sparpagliate per terra, che conducono ad una storia che non le abbandonerà mai, e al numero undici di una casa spaventosa. Continua a leggere

Standard
Recensioni

Le nostre anime di notte, Kent Haruf – La recensione

Con Le nostre anime di notte, Kent Haruf ci riporta nella cittadina americana di Holt. Chiunque si sia imbattuto nella penna di Haruf e abbia letto la Trilogia della pianura, non può aver provato un certo brivido nel ritrovare quelle strade così familiari, e quell’atmosfera di delicato disincanto caratteristica dei suoi libri.

whatsapp-image-2017-02-27-at-16-29-09

Tutto ha inizio con una proposta che Addie Moore fa a Louis Waters: «Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me». Louis, spiazzato dall’audacia di una donna che conosce da anni ma con la quale non ha mai approfondito nessun rapporto che non fosse di buon vicinato, decide di rifletterci comunque. Entrambi sono vedovi e vivono in solitudine d’altronde, e questa scossa alla quotidianità non può che stuzzicare Louis.

Prende piede, così, una nuova consuetudine: i due intraprendono questa strana relazione, che si svolge rigorosamente di notte, almeno agli inizi. Due persone apparentemente distanti che scoprono di condividere in realtà un’interiorità rimasta assopita per tanto tempo. Troppo. La notte diventa loro complice, e quando la città si spegne e tutti smettono di lavorare, Louis si inoltra nell’oscurità con il suo sacchetto – pigiama e spazzolino – e bussa alla porta di Addie. Quelle notti si affollano, una dietro l’altra, fornendo un riparo alle difficoltà che la vita inevitabilmente ha riservato loro: i dolori di un matrimonio che non ha regalato soltanto gioie, il dramma di un lutto, la consapevolezza di non aver avuto aspirazioni o l’amara consapevolezza di averle lasciate andare. Continua a leggere

Standard